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giovedì 10 marzo 2016

Civiltà, tecnologia e consumismo

Questa nostra era postmoderna trova la sua espressione fondamentale nel consumismo e nella tecnologia, che si uniscono nella stupefacente forza del mass media. Immagini e parole semplici e accattivanti ci fanno dimenticare di essere proprio loro, quelle immagini accattivanti e quelle semplici parole, a tenere insieme questa orrenda dominazione. Anche i più grandi fallimenti della società possono essere utilizzati per narcotizzare i suoi sudditi. È il caso della violenza, un’eterna fonte di distrazione. Siamo titillati dalla rappresentazione di ciò che ci minaccia, come se la noia fosse un tormento peggiore della paura.
La natura, o meglio quel che ne è rimasto, ci ricorda amaramente quanto depravata, gelida e ingannevole sia la nostra vita moderna. La morte del mondo naturale e la penetrazione della tecnologia in ogni stilla di vita, o in quel che ne resta, procede con impegno sempre maggiore. Facebook , giochetti, cyber tutto, realtà virtuale, Intelligenza Artificiale, sempre più oltre, fino a giungere alla Vita Artificiale, l’ultimo traguardo della scienza postmoderna.
Nel frattempo la nostra postindustriale età del computer ha avuto come risultato pratico quello di renderci più che mai appendici della macchina. Le statistiche rilevano che ogni anno vengono perpetrati un milione di crimini contro la persona che hanno per teatro proprio quei luoghi di lavoro sempre più sotto sorveglianza informatica, e che negli ultimi anni il numero dei dirigenti uccisi è raddoppiato. 
Questa macchina immonda si aspetta, nella sua arroganza, che le sue vittime continueranno ad accontentarsi di votare, riciclare e fingere che andrà tutto bene. Per citare Debord:”Ci si aspetta che lo spettatore semplicemente non sappia nulla e non meriti nulla”.
Civiltà, tecnologia e un ordinamento sociale spaccato sono gli elementi di un tutt’uno indissolubile, un viaggio verso la morte intimamente ostile al miglioramento qualitativo. Le nostre risposte devono dunque essere qualitative, e non quantitative come lo sono i palliativi che oggi perpetuano ciò a cui dobbiamo porre fine.

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