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giovedì 25 dicembre 2014

La soddisfazione del desiderio è la rivoluzione - Costant

Nel vuoto culturale senza precedenti seguito alla guerra, in cui la classe dominante spinge sempre di più l’arte in una posizione di dipendenza. Noi troviamo affermata una cultura individualistica che viene condannata dalla stessa cultura che l’ha prodotta, perché la sua convenzionalità impedisce l’esercizio dell’immaginazione e del desiderio, e blocca l’espressione vitale. Non può esserci un’arte popolare, anche se al pubblico vengono fatte concessioni come la partecipazione attiva, mentre le forme dell’arte vengono imposte storicamente. L’arte popolare è caratterizzata dall’espressione vitale, collettiva e diretta. 
Sta per nascere una nuova libertà, una libertà che permetterà alle persone di soddisfare i loro desideri creativi. Come risultato di questo processo, la professione dell’artista cesserà di occupare una posizione di privilegio; è per questo che alcuni artisti contemporanei vi si oppongono. Nella fase di transizione, la creazione artistica si ritrova in guerra con la cultura esistente, e contemporaneamente annuncia una cultura a venire. Con questa dualità, l’arte assume un ruolo rivoluzionario nella società.
Parlare del desiderio significa parlare dell’ignoto, del desiderio di libertà. la libertà della nostra vita sociale, che noi assumiamo come nostro principale impegno, aprirà le porte di un nuovo mondo. È impossibile conoscere un desiderio senza soddisfarlo, e la soddisfazione del desiderio è la rivoluzione. La cultura odierna, essendo individualistica, ha sostituito la creazione con la “produzione artistica”, ed ha prodotto soltanto segni di una tragica impotenza. Creare è sempre scoprire ciò che non si conosce. È il nostro desiderio è fare la rivoluzione. 

VILLAGE GHETTO LAND di Stevie Wonder

Ti piacerebbe venire con me
nel mio vicolo cieco
vorresti venire con me
nella mia terra del villaggio del ghetto?
Guardare la gente che chiude la porta a chiave,
mentre i ladri ridono e rubano,
mendicanti che guardano mentre mangiano
i loro pasti dai secchi dell’immondizia,
vetri rotti dappertutto,
è una scena di sangue
i cittadini sono malati,
una epidemia di assassinio,
a meno di non possedere la polizia,
i ragazzi giocano con le macchine arrugginite,
tagli e graffi coprono le loro mani,
i politici bevono e ridono, sordi a tutte le richieste.
Le famiglie comprano il mangime dei cani, adesso,
la fame vaga per le strade,
neonati che muoiono prima di nascere
contagiati dal dolore.
Certa gente dice che dovremmo essere grati
di quel che abbiamo,
dimmi, saresti felice tu nella terra
del Villaggio del Ghetto?

Per la felicità di tutti gli uomini di Pietro Gori

Amici e compagni miei.
Voi queste cose le avete pensate altre volte; oggi io che ho vissuto molto tra voi e tra il popolo sempre, anche nelle città, ho cercato di farvi meglio conoscere le ingiustizie della vostra condizione; ma a voi, che avete forse sentite più di me le strette del bisogno, e gli stenti di una travagliata esistenza, queste idee saranno più d’una volta venute in forma più o meno chiara alla mente. Ma voi siete anche qui venuti, e vi siete raccolti. Voi avete anche compreso che solo l’unione di tutte le forze vostre può prepararvi un avvenire migliore.
Entrando qui, voi eravate già ribelli contro le ingiustizie di questa società corrotta, voi avete avuto la speranza e il desiderio di una esistenza migliore, voi entrando qui eravate già degni di migliori destini, perché era in voi la coscienza dei vostri diritti. Voi entrando qui eravate già anarchici per sentimento. Voi nelle giornate lunghe, eterne nel lavoro senza tregua e senza riposo, tra i geli dell’inverno, e sotto la sferza del sole di estate, o seduti innanzi alla vostra tavola, dove è scarso il pane, e attorno alla quale i figli mal vestiti tremano dal freddo, avete forse avuto come in un sogno la visione di una grande, di una immensa famiglia, composta di tutta la umanità vivente fraternamente in un comune e reciproco amore, in una santa concordia; tutti eguali nei diritti e nei doveri, tutti lavoratori attivi e fecondi, a cui la fatica non fosse come ora insopportabile e dura, allietati di un conforto, di un sano e largo nutrimento, di un riposo ristoratore, di una qualche ricreazione dello spirito. Voi forse l’avete sognata ed avete un desiderio ed una speranza che questo sogno diventi realtà.
E voi avete nel vostro cuore il patto solenne e il giuramento che combatterete uniti per il conseguimento di questa grande felicità di tutti gli uomini.
Ma se voi tutte queste cose avete pensato entrando qui dentro, eravate già anarchici nel cuore e nel desiderio. Se voi avete fermo nella mente il proposito che lo stato attuale delle cose abbia in un modo o nell’altro termine; ed il vostro ideale possa essere compiuto quanto più presto possibile; e se anche avete compreso le poche cose, che stasera ho cercato alla meglio di esporvi, voi fin da questo momento cominciate a far parte della grande famiglia anarchica che cospira a rivendicare i diritti di tutti gli oppressi contro le prepotenze di tutti gli oppressori. - Ma se voi desiderate conoscere come questa grande famiglia anarchica vive, e come pensa di raggiungere il suo ideale, e qual debba essere la sua missione nelle nuovissime battaglie del pensiero moderno, io vi dirò brevemente.
Se a tutte le angustie del presente sistema economico-sociale voi vi sentite e vi dichiarate ribelli, voi siete anarchici, perché avete la coscienza dei vostri diritti di uomini. Voi siete anarchici perché volete distruggere questa putredine dell’oggi per edificare la società umana sotto una forma nuova e differente, sulle basi dell’amore, della fratellanza e della solidarietà.
Ecco perché voi siete, e vi chiamate anarchici.
Il grande partito anarchico internazionale, è come una immensa famiglia composta dei lavoratori e degli oppressi di tutto il mondo. Esso si prepara ad una grande battaglia e questa sarà la più gloriosa, la più giusta, la più santa battaglia dell’avvenire; la rivoluzione sociale, la battaglia finale di tutti gli oppressi contro gli oppressori, di tutti gli sfruttati contro tutti gli sfruttatori. La rivoluzione sociale sarà la rivendicazione di tutti i diritti del popolo, sarà il gran giorno dell’uguaglianza umana: la rivoluzione sociale spazzerà via come il soffio potente di una immensa tempesta, tutti i privilegi e tutte le ingiustizie del presente, tutte le barriere e tutti i confini tra popolo e popolo. - L’aria sarà purificata da quella ultima lotta di tutto l’avvenire contro tutto il passato.
Cadranno le mostruose e decrepite istituzioni del presente, e l’organismo della grande famiglia umana rifiorirà spontaneamente, secondo le leggi immutabili della natura.

giovedì 18 dicembre 2014

Azione diretta o decrescita?

Molti esperimenti in cui si tenti di svincolarsi, che rivendichino o meno la decrescita, sono encomiabili perché in tempi oscuri hanno la forza dell’esempio a condizione, questo sì, di presentarsi per quel che sono, modi di sopravvivenza più tollerabili, per riuscire a riprendere fiato se possibile, ma niente affatto panacee. Sono un inizio, dato che oggi la secessione è la condizione necessaria della libertà. Tuttavia, questa non ha valore se non come frutto di un conflitto, cioè unita al sovvertimento dei rapporti sociali dominanti. Costituendo una specie di guerriglia autonoma. Il rapporto con le lotte sociali e la pratica dell’azione diretta è quel che conferisce il carattere autonomo allo spazio, non la sua esistenza in sé. L’occupazione pacifica di fabbriche e territori abbandonati dal capitale talvolta potrà essere lodevole, però non fonda una nuova società. Gli spazi di libertà isolati, per quanto paiano molto meritori, non sono barriere che impediscono la schiavitù. Non sono fini a sé stessi, come non lo erano i sindacati in altri periodi storici, e difficilmente possono essere strumenti per la riorganizzazione della società emancipata. Durante gli anni trenta venne messo in discussione questo ruolo, attribuito allora ai sindacati unici, perché si supponeva fosse riservato alla collettività e ai municipi liberi. Il dibattito è degno di essere ricordato, senza dimenticare che nell’ora della verità l’autonomia di ciascuna istituzione rivoluzionaria, sindacati compresi, fu assicurata dalle milizie e dai gruppi di difesa. Oggi però le cose sono diverse: l’emancipazione non nascerà dall’appropriazione dei mezzi di produzione ma dal loro smantellamento. Le zone relativamente segregate oggigiorno esistono proprio perché sono fragili, perché non costituiscono una minaccia, non perché sono una forza. E soprattutto perché non oltrepassano i limiti dell’ordine: in Francia, il contributo principale del milione di neo-rurali non è stato altro che «votare a sinistra». In fin dei conti anche loro sono contribuenti. Gli isolotti auto-amministrati non trasformano il mondo. La lotta sì. La democrazia diretta e l’autogoverno devono essere risposte sociali, opera di un movimento nato dalla frattura, dall’esacerbarsi degli antagonismi sociali, non dal volontarismo campagnolo, e non devono prodursi alla periferia della società, lontano dal chiasso mondano, ma al suo centro. Lo spazio sarà effettivamente liberato quando un movimento sociale cosciente lo strapperà al potere del mercato e dello Stato, creando al suo interno delle contro-istituzioni. L’uscita dal capitalismo sarà opera di un’offensiva di massa o non sarà. Il nuovo ordine sociale giusto ed egualitario nascerà dalle rovine di quello vecchio, dato che non si può cambiare un sistema senza prima averlo distrutto. 

LA RIVOLUZIONE MONDIALE COMINCIA

Io non appartengo …
La Rivoluzione mondiale comincia.
Salve, uomini ! Salve, uomini e donne della rivoluzione ! Salve ! Salute a voi, fratelli della prossima repubblica universale ! Salute a te, umanità della santa cittadinanza del mondo che è in cammino ! Salve, esseri umani ! Salve !
Io non appartengo al Partito Socialdemocratico e non sono nemmeno socialista indipendente. Non faccio parte del Gruppo Spartacus e non sono un bolscevico. Non sono affiliato a nessun partito, a nessun circolo politico di qualsiasi sorta; poiché nessun partito né programma, nessuna proclamazione o decisione di coalizione potrebbe proteggermi dalla sventura universale.
IO NON POSSO APPARTENERE AD ALCUN PARTITO
poiché vedo in ogni appartenenza una limitazione alla mia libertà personale, poiché conformarmi ad un programma di partito mi toglie la possibilità di evolvere verso ciò che considero lo scopo più alto e nobile sulla terra:
AVERE IL DIRITTO D’ESSERE UN ESSERE UMANO !

(Breve recensione all'edizione italiana del libro dei fratelli Cohn-Bendit: L'estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo, Torino, Einaudi, 1969 , apparsa sul numero di Rinascita del 30 maggio del 1969.)



L'elaborazione del dolore e la compassione

La distopia della civiltà occidentale vede nel dolore solo un fattore accidentale del sistema socioeconomico da superare con interventi straordinari. La sensazione del dolore è determinata da messaggi che giungono al cervello. L'esperienza che ne deriva è legata al corredo genetico e da alcuni fattori funzionali, oltre che dalla natura e intensità dello stimolo: cultura, ansia, attenzione, interpretazione. Tutti questi fattori sono modellati da determinanti sociali: ideologia, struttura economica, carattere della società. Sono quindi il risultato di questo addestramento e delle convinzioni conseguenti che determinano il grado di dolore sopportabile. Sono spesso rimedi superstiziosi che inducono un sollievo magicamente maggiore che nella religione colta. Di fronte alla medicalizzazione tutte le determinanti sociali vengono distorte. Per la cultura il dolore è un disvalore, mentre per la medicina è una reazione organica, sistemica, che si può misurare, regolare e controllare. C'è una obiettivazione per cui il dolore diventa oggetto di controllo. Naturalmente sono i medici a decidere quali sono i dolori autentici, quali immaginati e quali simulati. L'elaborazione del dolore è un fattore culturale, ma l'esperienza in sé è assolutamente personale. La compassione che proviamo per chi sta male è determinata proprio dal fatto che siamo consapevoli che il suo dolore riguarda specificatamente solo lui, gli altri possono solo immaginarlo. Se un medico obbiettiva il dolore reificandolo, il senso che abbiamo indicato viene meno. Viene meno proprio l'unicità di chi esperisce tale condizione dolorosa. I medici d'altronde hanno studiato come manipolare il dolore unico che ciascuno prova in modo esterno e standardizzato; si interessano ad una indagine sistemica, cioè organica, che è l'unico modo oggettuale aperto alla verifica operativa. Così il risvolto personale sfugge a questa indagine operativa. Il controllo sperimentale ignora l'aspetto unico che costituisce il paziente reale che ha davanti a sé. Di solito le proprietà analgesiche di un prodotto sono sperimentate sugli animali, pensate un poco voi come, poi se ne verifica la validità sulle persone. A volte anche queste ultime sono usate come cavie da laboratorio. 
In laboratorio le persone sono come i topi, fuori no. Il limite estremo di questa esperienza è costituita dalle persone lobotomizzate, queste sentono il dolore solo come disagio perché hanno perso la capacità di soffrirne. Il risultato è che l'ipertrofia dell'intervento tecnico ha sostituito tutte le altre dimensioni culturali che contribuivano ad arginare l'esperienza del dolore: parole, droghe, miti e modelli. Le parole da dire, le sostanze da prendere, le narrazioni da ricordare e gli esempi da seguire sono drasticamente sostituiti dal nuovo mito, dalla nuova narrazione, dalle nuove sostanze, tutte rigorosamente determinate dal monopolio medico. Questa concezione, secondo Illich, ha un prerequisito filosofico che ha cambiato la mentalità dell'uomo moderno. Data da Cartesio questa nuova percezione e si basa sulla divisione tra res cogitans e res extensa (con res cogitans si intende la realtà psichica a cui Cartesio attribuisce le seguenti qualità: inestensione, libertà e consapevolezza. La res extensa rappresenta invece la realtà fisica, che è estesa, limitata e inconsapevole).
Situa da allora il momento in cui il dolore inizia a perdere la sua dimensione personale diventando il segnale di qualcosa che non funziona. E' così che il corpo difende la sua integrità meccanica.

venerdì 12 dicembre 2014

VALPREDA È COLPEVOLE

Pietro Valpreda è colpevole di NON aver messo le bombe della strage di Milano, ma i suoi crimini sono molto più gravi dell’assassinio di sedici persone innocenti: la Repubblica Italiana lo ha già condannato senza possibilità di appello né di riabilitazione.
Pietro Valpreda è nato colpevole. Colpevole come tutti quelli che nascono in una famiglia, in una casa, in un quartiere poveri di una città industriale, colpevole come tutti i figli degli sfruttati. Ma Pietro Valpreda ha voluto trasformare questa condizione di colpevolezza in una scelta criminale rifiutando la propria condizione di sfruttato, rifiutando di passare dalla parte degli sfruttatori e dei loro servi. Pietro Valpreda è colpevole. Pietro Valpreda è la belva umana colpevole di aver scelto la povertà. Colpevole di avere i capelli lunghi. Colpevole di non avere amicizie influenti. Colpevole di non portare la cravatta. Colpevole di non timbrare un cartellino. Colpevole di non essere una spia. Colpevole di essere un ballerino. Colpevole di non essere un ballerino famoso. Colpevole di non essere un violento. Colpevole di vivere le proprie idee. Colpevole di non avere in tasca la tessera di un partito. Colpevole di credere nella rivoluzione proletaria. Colpevole di essere un anarchico. COLPEVOLE DI ESSERE UN UOMO.
Cosa importa se non è lui che ha messo le bombe, cosa importa? Pietro Valpreda è il mostro che deve essere schiacciato: un insulto, una provocazione vergognosa che lo stato borghese deve cancellare, per cercare di cancellare tutto quello che Valpreda rappresenta.
Non ci sono inchieste, libri, petizioni, interpellanze parlamentari, giudici integerrimi che possono far riconoscere l’innocenza di Pietro Valpreda. Sta a noi compagni gridare così forte da fermare per la paura la mano del boia. Noi non vogliamo celebrare un altro martire, noi ti vogliamo tra di noi, colpevole tra i colpevoli, compagno tra i compagni per continuare la lotta, per continuare la vita. La vita di Pietro Valpreda e dei compagni che lo stato italiano sta assassinando.
(Tratto da A Rivista Anarchica Anno II N.2 Febbraio 1972) 

giovedì 11 dicembre 2014

Tre passi da una vita felice

Il primo passo da fare per avvicinarsi ad una vita positiva è allontanarsi dalla sorgente primaria di angoscia e frustrazione, eliminando fisicamente quelle fonti che minano l’autostima. Per essere informati non c’è bisogno di possedere una televisione! 
Riavvicinarsi alla natura è il secondo passo. Alla fine del 1800 ci fu l’esodo dalle campagne verso le fabbriche delle città. Adesso è arrivato il momento di invertire la rotta e di rioccupare le campagne. L’essere umano è fondamentalmente ottimista e se non viene influenzato dall’esterno è capace di creare pace e benessere attorno a se. È capace di vivere in simbiosi con gli altri esseri viventi di questo pianeta e di produrre cibo in abbondanza per il benessere di tutti. C’è bisogno di rompere quelle logiche e quegli schemi sociali che ci sono stati propinati per farci vivere in uno stato di frustrazione perenne. Il capitalismo e le sue logiche non funzionano e i suicidi in costante aumento nella società occidentale ne sono la prova! Questo modello di sviluppo non soddisfa le necessità ma solo crea desideri. La necessità è un qualcosa che si soddisfa mentre il desiderio si rinnova di continuo. Nella società del consumo a tutti i costi, vengono creati costantemente nuovi desideri e false necessità, che portano a vivere in una condizione di insoddisfazione perenne. Per molti la vita sembra essere diventata solo una lunga corsa verso l’accaparramento di quelle necessità che poi in realtà non sono altro che desideri indotti dai milioni di messaggi pubblicitari che assorbiamo inconsapevolmente tutti i giorni. Una corsa frivola, futile e demenziale, che ha come traguardo un pianeta invivibile ed una società lobotomizzata.
Il terzo passo è passare dalla competizione per il profitto personale, alla cooperazione per il benessere della comunità. 
E' impossibile contrastare quei poteri organizzati che hanno inventato la crisi economica, se prima non smettiamo di combatterci tra noi. L’unica cosa evidente è che le logiche capitaliste e il profitto economico sono contro l’umanità intera e che la globalizzazione, distrugge la vita, in tutte le sue forme, su tutto il pianeta. Abbiamo imboccato un cammino sbagliato, bisogna tornare al bivio precedente e prendere una nuova direzione. Perchè nonostante tutte le bugie che ti raccontano, solo tre passi ti separano dal benessere e da una vita felice.

IMMAGINI IN BIANCO E NERO di Gyrðir Elíasson


Gli storni in fila
nella grigia recinzione
di fronte la casa grigia
nella nebbia
intraprendono
il volo
Con le loro ali nere
dalla nebbia
alla luce



Gyrðir Elíasson è uno scrittore Islandese nato nel 1961.
E' principalmente uno storico, ma la poesia ha sempre avuto una parte importante nella sua vita. La sua poesia è semplice e sottile, le sue prime poesie trattano della vita urbana in Reykjavik, ma le più recenti si rivolgono alla natura e alla vita rurale. 

PINELLI GIUSEPPE


Nasce a Milano il 21 ottobre 1928 da Alfredo e Rosa Malacarne. Nel 1944, sedicenne, partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta della BGT Franco, collaborando con un gruppo di partigiani anarchici, che costituiscono il suo primo tramite con il pensiero libertario. Nel 1954 entra nelle ferrovie come manovratore. Nel 1955 si sposa con Licia Rognini. Nei primi anni ’60 si costituisce a Milano un gruppo di giovani anarchici (Gioventù libertaria). Nel 1965 dopo una decina di anni senza sede, se ne apre una in viale Murillo, Pinelli è tra i fondatori del circolo Sacco e Vanzetti. In seguito ad uno sfratto, gli anarchici milanesi cambiano sede e il primo maggio del 1968 viene inaugurato il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, sito in piazzale Lugano, nel periferico quartiere operaio della Bovisa. Siamo nel ’68 e il vento della contestazione che soffia dalla Francia arriva anche a Milano. L’ambiente anarchico milanese è in pieno fermento, in molte scuole superiori nascono nuclei libertari, anche nelle fabbriche ci sono operai anarchici e frequenti sono i volantinaggi di primo mattino. Gli anarchici milanesi sentono la necessità di una seconda sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Tra i più impegnati nella sistemazione e nell’apertura del Circolo di via Scaldasole c’è il Pinelli. Il 25 aprile 1969 due attentati colpiscono la Stazione Centrale e la Fiera. Le indagini si indirizzano verso ambienti libertari e alcuni anarchici vengono arrestati: è l’inizio di una campagna di criminalizzazione, che trova nuova linfa in agosto, quando alcuni attentati ai treni vengono ancora attribuiti agli anarchici. Pinelli e il gruppo Bandiera Nera danno vita sull’esempio della Black Cross inglese di quei mesi e della Croce Nera russa degli anni ’20, alla Crocenera anarchica, specificatamente dedita alla solidarietà concreta con i compagni detenuti, ma anche alla pubblicazione di un bollettino di controinformazione. Pinelli è l’anarchico più in vista e frequentemente è in questura per richieste di autorizzazione ecc. il suo interlocutore è perlopiù un giovane commissario di polizia, informale nei modi: Luigi Calabresi. Così, quando nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, subito dopo l’attentato di piazza Fontana, Calabresi si presenta al Circolo di via Scaldasole e invita Pinelli a recarsi in questura, questi acconsente senza problemi.
In questura Pinelli incontra, in un grosso salone, gran parte degli anarchici milanesi, fermati come lui per chiarire il proprio alibi. Entro 48 ore, limite massimo concesso dalla legge di allora per il fermo di polizia, molti fermati vengono rilasciati, alcuni spostati nel carcere di San Vittore. Pinelli invece viene trattenuto in questura aldilà del limite legale. Viene interrogato. Poi intorno alla mezzanotte tra il 15 e 16 dicembre, il suo corpo vola da una stanza dell’Ufficio politico al quarto piano e si sfracella a terra. Pinelli muore a Milano all’Ospedale Fatebenefratelli nella notte tra il 15 e 16 dicembre 1969. La vicenda politico giudiziaria del suo assassinio, intrecciata con l’intera storia della strage di piazza Fontana, in particolare con il caso Valpreda, diventerà negli anni un vero e proprio boomerang per il potere. I maldestri tentativi di mettere a tacere il tutto, culminati nella tesi del malore attivo proposta dal giudice Gerardo D’Ambrosio, non faranno che evidenziare quella verità che non hanno ancora trovato spazio nelle carte ufficiali.

giovedì 4 dicembre 2014

NEL REGNO DEL CONSUMO

Nel regno del consumo, il cittadino è re. Una regalità democratica: uguaglianza davanti al consumo, fratellanza nel consumo, libertà secondo il consumo. La dittatura del consumabile ha completato la liquidazione delle barriere di sangue, di lignaggio o di razza; converrebbe rallegrarsene senza riserve se con la logica delle cose essa non avesse bandito ogni differenziazione qualitativa, per non tollerare fra i valori e le persone che delle differenze di quantità.
Tra chi possiede molto e chi possiede poco, ma sempre di più, la distanza non è cambiata, ma i gradi intermedi si sono moltiplicati, in qualche modo avvicinando gli estremi, dirigenti e diretti, a uno stesso centro di mediocrità. Essere ricchi si riduce oggi a possedere un gran numero di oggetti poveri.
I beni di consumo tendono a non avere più valore d’uso. La loro natura è di essere consumabili ad ogni prezzo. E come spiegava molto sinceramente il generale Dwight Eisenhower, l’economia attuale non può salvarsi che trasformando l’uomo in consumatore, identificandolo alla più grande quantità possibile di valori consumabili, vale a dire di non-valori o di valori vuoti fittizi, astratti. Dopo essere stato il capitale più prezioso, secondo la felice espressione di Stalin, l’uomo deve divenire il bene di consumo più apprezzato.
L’immagine, lo stereotipo della vedette, del povero, del comunista, dell’omicida per amore, dell’onesto cittadino, del ribelle, del borghese, si appresta a sostituire all’uomo un sistema di categorie meccano-graficamente ordinate secondo la logica irrefutabile della robotizzazione. Già la nozione di teen-ager tende a confondere l’acquirente al prodotto acquistato, a ridurre la sua varietà a una gamma variata ma limitata di oggetti da vendere. Non si ha più l’età del cuore o della pelle, ma l’età di ciò che si acquista. Il tempo di produzione che, si diceva, è denaro, si avvia a diventare, misurandosi al ritmo di successione dei prodotti acquistati, usurati, buttati, un tempo di consumo e di consunzione, un tempo di invecchiamento precoce, che è l’eterna giovinezza degli alberi e delle pietre.
Lavorare per sopravvivere, sopravvivere consumando e per consumare, il ciclo infernale si è chiuso. Sopravvivere è nel regno dell’economismo, insieme necessario e sufficiente. È la verità prima che fonda l’era borghese. Ed è vero che una tappa storica fondata su una verità così antiumana non può che costituire una tappa di transizione, un passaggio dalla vita oscuramente vissuta dei signori feudali alla vita razionalmente e passionalmente costruita dei signori senza schiavi. Restano non molti anni per impedire che l’era transitoria degli schiavi senza padroni duri due secoli.

FAHRENHEIT 451 di François Truffaut

Fahrenheit 451 è un film del 1966 diretto da François Truffaut, girato in Gran Bretagna, ricavato dall'omonimo romanzo fantascientifico di Ray Bradbury.
In un ipotetico paese è assolutamente proibita la lettura dei libri, in quanto questi snaturano i fatti, abbelliscono la realtà, costringono alla riflessione e impediscono alla gente di essere felice. Il capitano dei vigili del fuoco, ai quali è affidato il compito di scovare i libri, bruciarli e castigare i colpevoli, tiene in particolare considerazione Montag, il più solerte dei suoi subalterni. Ma questi, che nella moglie Linda trova un evidente modello della spersonalizzazione prodotta dal sistema del quale egli stesso è un difensore, incomincia a dubitare della validità del suo operato quando incontra casualmente Clarissa, una giovane istitutrice, la quale risveglia in lui il naturale desiderio di sapere e di conoscere. A poco a poco Montag, dopo aver incominciato a nascondere libri ed a leggerli, riconquista il dominio della propria mente: ma, tradito da Linda, viene condannato a distruggere la sua casa ed i suoi libri. Allora si ribella, uccide il suo comandante e si rifugia nei boschi, dove alcuni uomini vivono in comunità imparando a memoria il contenuto dei libri, decisi a tramandare ai posteri queste opere di valore universale.
Il mondo di Fahrenheit è il mondo della solitudine, dello scacco, della paura. “Ho da raccontare una storia la cui essenza è piena d'orrore...”: è un passo dei Racconti straordinari di Edgar Allan Poe, che Montag recita nelle ultime immagini del film, per impararlo a memoria. Ma potrebbe essere l'esergo che apre il film. L'orrore è quello di un mondo in cui è proibito leggere, dunque è proibito conoscere, amare, ricordare. Il passato, nella società dei pompieri incendiari, non esiste. Nessuno ricorda nulla: Montag non rammenta che sia mai stato spento un incendio, non ricorda neppure il giorno in cui ha conosciuto sua moglie. Il tempo di Fahrenheit 451 è un eterno, drammatico, oppressivo presente, perché chi detiene il potere sa che controllare la memoria di un popolo significa controllare la sua stessa esistenza: chi non ha passato, non può avere nemmeno un futuro. La perdita della memoria è dunque condizione e sintomo di uno stato di oppressione, l'esercizio del quale appare inestricabilmente legato alla possibilità di controllare la pratica della scrittura. La società di Fabrenheit 451 non è una società che ignora la scrittura, ma è una società in cui ad un certo punto è stato proibito scrivere. “I pazzi che leggono diventano insoddisfatti. Cominciano a desiderare di vivere in modi diversi, il che non è... mai possibile”, spiega il Capitano a Montag. La scrittura non è bandita perché scompaia, ma per divenire privilegio di una élite che si arroga il diritto di stabilire ciò che è bene per gli altri. La scrittura è principio di corruzione, di infelicità, di insoddisfazione: per questo va interdetta. Ma il vero motivo è un altro: l'accesso al segno scritto è smascheramento della violenza del potere, comprensione che questo non é l'unico modo possibile di esistere, possibilità di rovesciare la violenza della scrittura contro chi ne ha fatto strumento di dominio, di oppressione di classe.
Nel mondo di Fahrenheit 451, fatto di pietrificazione e muffa museale, il potere è detenuto da una classe dirigente che è riuscita a colonizzare l'immaginazione dei cittadini, trasformati prima in sudditi, poi in consumatori: di pillole, di programmi televisivi e di status symbol. Tolto di mezzo (anche dai fumetti) l'alfabeto, gli individui sono tutti uguali, secondo uno dei superiori del protagonista. L'uniforme dei pompieri elimina ogni possibile differenza, così come i vestiti dei civili, le loro case e quello che contengono: il conformismo imposto dall'alto, anche con la forza, ha come risultato la riduzione degli uomini a numeri. 

Psichiatria come fonte di corruzione

Oggigiorno la psichiatria è diventata fonte di corruzione, in modo particolare il tipo di corruzione che vorrebbe demonizzare e dichiarare malato chiunque si discosti dalla norma comunemente accettata. La cosa risalta subito da una lettura del DSM – Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – in cui chiunque non si uniformi a quanto giudicato normale dalla classe dominante, viene etichettato malato mentale.
La cosiddetta condizione per cui una persona potrebbe rifiutare di conformarsi viene definita Disturbo Oppositivo Provocatorio o DOP. Il DSM definisce questo presunto disturbo come un modello continuativo di comportamento disobbediente, ostile e provocatorio e lo collega al cosiddetto Disturbo da Deficit d'Attenzione e Iperattività (ADHD), un altro disturbo creato dal nulla di cui l'inventore – Dr. Leon Eisenberg - ha dichiarato sul letto di morte trattarsi di un disturbo finto.
Come si può immaginare da questa definizione così generica, quasi ogni comportamento personale che sia percepito da qualcuno come indesiderabile o strano potrebbe essere ritenuto sintomatico di DOP. I bambini che litigano coi propri fratelli o esprimono disaccordo coi genitori o gli insegnanti, potrebbero ricevere una diagnosi di disturbo mentale.
Disobbedienza e atteggiamento provocatorio sono comportamenti comuni tra i bambini, e i genitori hanno sempre saputo come gestire la cosa, con un uso bilanciato di disciplina. Allo stesso modo, non tutte le forme di disobbedienza e provocazione sono sbagliate: dipende dal tipo di autorità contro cui ci si ribella e dal motivo della ribellione. Per esempio un bambino cui l'insegnante voglia impedire di esporre le sue opinioni considerate scorrette, e che si ribelli a tale ordine, sta semplicemente lottando per il suo diritto a esprimere disaccordo.
Questo tipo di problemi deriva dalla definizione generica di DOP, tale per cui qualsiasi comportamento inconsueto è suscettibile di essere dichiarato oppositivo o provocatorio semplicemente perché contrario allo status quo. Alcune famose menti del passato, come Edison e Einstein, le cui idee apparivano pazze ai loro tempi, sono il tipo di persone che  – come novelli Galileo Galilei – potrebbero oggi essere etichettati con DOP o altri disturbi psichiatrici.

giovedì 27 novembre 2014

L'intensità iatrogena dell'impresa medica contemporanea

L'intensità iatrogena dell'impresa medica contemporanea è solo un esempio particolarmente doloroso delle frustrazioni generate dalla sovrapproduzione, le quali si manifestano, in eguale misura, sotto forma di accelerazione del traffico che si risolve in perdita di tempo; di staticità nelle comunicazioni; di addestramento a una perfetta incompetenza nell'istruzione; di sradicamento come risultato dello sviluppo urbanistico; di supernutrizione distruttiva.
Fondamentalmente essa non è dovuta solo a errori tecnici o allo sfruttamento di classe, bensì alla distruzione, provocata dal regime industriale, delle condizioni ambientali, sociali e psicologiche che sono necessarie per lo sviluppo dei valori d'uso non-industriali e non professionali.
La distorsione industriale del nostro comune senso della realtà ci ha reso ciechi al grado di contraddittorietà raggiunto dall'impresa contemporanea.
Viviamo in un'epoca in cui l'apprendere è pianificato, l'abitare standardizzato, lo spostamento motorizzato, la comunicazione programmata, e in cui per la prima volta nella storia dell'umanità gran parte delle derrate alimentari che si consumano proviene da mercati lontani.
In una società così intensamente industrializzata, la gente è condizionata a RICEVERE le cose anziché FARLE; è educata ad apprezzare ciò che si può comprare e non ciò che essa stessa può creare. Vuol essere istruita, trasportata, curata, guidata, anziché apprendere, muoversi, guarire, trovare la propria strada. L'azione di guarire non è più considerata compito del malato. Dapprima diventa la mansione di singoli riparatori del corpo, e poi subito da prestazione personale si trasforma nell'"output" di un ente anonimo. Le scuole producono istruzione, i veicoli a motore locomozione, e la medicina produce assistenza.
Questi "outputs" sono articoli che hanno tutte le caratteristiche di merci.
I loro costi di produzione si possono aggiungere o sottrarre al prodotto nazionale lordo, la loro scarsità si può misurare in termini di valore marginale e se ne può stabilire il prezzo in equivalenti monetari. Per la loro stessa natura questi prodotti creano un mercato.
Come l'istruzione scolastica e il trasporto motorizzato, la cura medica è il risultato di una produzione di merci ad alta intensità di capitale. Spesso si trascura che ognuna di queste merci continua a essere in concorrenza con un valore d'uso non commerciabile che gli individui producono liberamente, ciascuno per proprio conto.
L'essere umano impara osservando e facendo, si muove sulle proprie gambe, guarisce, si prende cura della propria salute e contribuisce alla buona salute degli altri.
Tutte queste attività hanno dei valori d'uso che non sono alienabili su un mercato.
L'apprendimento dotato di valore, il movimento corporeo, l'azione di guarire, per la maggior parte non figurano nel prodotto nazionale lordo.
La gente impara la lingua materna, si muove, fa figli e li alleva, recupera l'uso di ossa rotte, prepara il cibo locale, e fa queste cose con maggiore o minore competenza e piacere.
Queste sono tutte attività ricche di valore che non si fanno né possono essere fatte per denaro, ma che cessano di avere valore se c'è troppo denaro in giro.

La TAV della tirannia

I promotori del disastro arrivano ora essi stessi a deplorare la degradazione della vita alla quale siamo giunti. Unendosi ai piagnistei, proponendo perfino i loro servigi (secondo il principio del racket) per rimediare illusoriamente a quanto hanno realmente distrutto, tentano di far dimenticare la loro parte preponderante nel saccheggio. Continuano così ad insinuare che se il corso dell’Economia sfuggisse visibilmente a tutti, nessuno in particolare ne trarrebbe vantaggio e avrebbe interesse al proseguimento di questa demenza. I più falsi, pensiamo ai politici, il cui compito principale consiste nel persuadere le popolazioni che è loro interesse affidarsi totalmente a loro e ammettere che le loro scelte arbitrarie servono l’interesse generale, hanno l’impudenza di atteggiarsi a servi devoti che si fanno carico nell’avversità dei problemi collettivi; sono gli stessi ovviamente che mandano l’esercito quando la società pensa a percorrere strade diverse dalle loro. E proclamano poi, dopo aver annientato le prospettive che si formavano, che nient’altro è possibile e che è irresponsabile voler mettere in discussione la sottomissione di tutta la vita agli imperativi dei loro affari.
Per far accettare il tracciato della TAV e per dissimulare i loro banali interessi nell’affare, la propaganda dei decisori dispone di una vasta tavolozza di menzogne; appoggiandosi talvolta a menzogne antiche per forgiarne di nuove, mettono in luce l’arbitrarietà iniziale e così l’enormità a cui giungono: sicché, se si crede che senza Economia non si può vivere in società, e se si ammette poi che senza TAV l’Economia s’infiacchirebbe, bisogna logicamente concludere che senza TAV non si potrebbe più vivere in società.
È questo il nodo nevralgico del conflitto sul tracciato, poiché gli oppositori sono persuasi con ragione, del contrario, cioè che la società si decompone sotto i colpi di tali installazioni. 
L’unico interesse generale che meriti di essere discusso in questo inizio di secolo, è il tentativo di mettere fine al saccheggio della vita, e non di guadagnare qualche decina di minuti per attraversare l’Europa. E l’unica crescita che valga la pena di affermare è quella, qualitativa, dell’esistenza umana, l’unica che permetta di uscire da questa oscura preistoria economica.

Libertà per Chiara, Claudio, Mattia, Niccolo' 

Il mutuo appoggio di Petr A. Kropotkin

Per spiegare il mutuo appoggio Kroptkin considera centrale demistificare la concezione conflittualistica del mondo (bellum omniun contra omnes che va da Hobbes a Huxley): qualora infatti risultasse che essa risponde a verità, sarebbe impossibile pensare ad una società anarchica che, al contrario pone l’armonia, l’uguaglianza e l’amore tra gli esseri umani quali premesse indispensabili per il suo stesso costituirsi.
Kropotkin afferma che il mutuo appoggio tra gli individui è un fatto della più alta importanza per il perpetuarsi della vita, per la conservazione di ogni specie e per il suo superiore sviluppo, anzi è il fatto dominante in natura, per cui vi sono migliori probabilità di sopravvivenza per quelli che sanno meglio aiutarsi nella lotta per la vita. La solidarietà tra gli esseri viventi è una legge della natura ed un fattore dell’evoluzione progressiva, tanto da poter dire che la guerra di ciascuno contro tutti non è la legge della natura. 
Kropotkin ha cura di precisare, naturalmente, che l’aiuto reciproco all’interno di ogni specie non costituisce il fattore dell’evoluzione, ma uno dei principali fattori; esso è una legge della natura quanto la lotta, e a differenza di Darwin e del darwinismo, nega che il conflitto tra gli individui all’interno della stessa specie costituisca la condizione generale dell’evoluzione, anche se ammette l’esistenza del conflitto tra le specie.
Kropotkin quindi vede una correlazione strettissima tra la pratica del mutuo appoggio e la tendenza associativa, nel senso che queste forme sono aspetti di un’unica realtà: quella della vita in generale. La vita animale è di per se stessa eminentemente sociale. L’associazione è la regola, la legge della natura perché si riscontra in tutti i gradi dell’evoluzione, essendo all’origine stessa dell’evoluzione nel regno animale, tanto da delinearsi come l’arma più potente nella lotta per la vita, intesa nel senso più largo del termine. Ugualmente la vita umana risponde alla medesima tendenza. Poiché non esiste soluzione di continuità tra il regno animale e quello umano, ne deriva che in quest’ultimo l’associazione, oltre ad assumere le stesse funzioni, diventa più cosciente. Essa perde il carattere semplicemente fisico, cessa di essere unicamente istintiva, diventa ragionata.

giovedì 20 novembre 2014

L'uomo nella sua sofferenza è solo merce

In ogni società la classificazione della malattia (nosologia) rispecchia l'organizzazione sociale. Il male che la società produce viene battezzato dal dottore con nomi che sono molto cari ai burocrati. La incapacità di apprendimento, la ipercinesia o la disfunzione cerebrale minima spiega ai genitori perché i loro bambini non imparano, servendo da alibi all'intolleranza o all'incompetenza della scuola; la pressione alta serve da alibi per lo stress che aumenta, la malattia degenerativa per l'organizzazione sociale che produce degenerazione. Più la diagnosi è persuasiva, più appare preziosa la terapia, più è facile convincere le persone che esse hanno bisogno una dell'altra, e meno è probabile che esse si rivoltino contro la crescita industriale. Prima che la malattia fosse considerata essenzialmente una anomalia organica o del comportamento, chi si ammalava poteva ancora trovare negli occhi del medico un riflesso della propria angoscia e un qualche riconoscimento dell'unicità della sua sofferenza. Oggi, ciò che vi trova è lo sguardo fisso di un contabile di biologia assorto in un calcolo costi/ricavi. Il suo malessere gli viene sottratto per diventare materia prima di un'impresa istituzionale. La sua condizione è interpretata secondo una serie di regole astratte in una lingua che lui non può comprendere. Gli si insegna che esistono certe entità ostili che la medicina combatte, ma dicendogli solo quel tanto che il dottore ritiene necessario per ottenere la collaborazione del paziente. Il linguaggio diventa proprietà esclusiva del medico; il malato rimane privo di parole significative con cui esprimere la sua angoscia che viene così ulteriormente aggravata dalla mistificazione linguistica. Non appena l'efficacia della medicina venga valutata in linguaggio corrente, si vede subito che la maggior parte delle diagnosi e delle cure efficaci, non va oltre il livello di comprensione raggiungibile da qualunque profano. Infatti gli interventi diagnostici e terapeutici che statisticamente risultano più utili che dannosi presentano nella stragrande maggioranza, due caratteristiche: richiedono mezzi materiali estremamente economici, e possono essere dosati e predisposti per l'uso personale diretto o per l'impiego nell'ambito della famiglia.
Insomma, un uso più austero della tecnologia metterebbe in grado tutti di curarsi nella maggior parte dei casi da soli. Ma non è l'efficacia dell'intervento ciò che interessa la medicina della società massificata, la sua regola è invece andare più possibile incontro alle esigenze di un consumatore per il quale domina la mitologia dell'efficienza medica.
l'uomo nella sua sofferenza e angoscia è ancora una volta solo merce!

Per una vacanza d’evasione da S. Vittore all’Ucciardone

Grazie alla benevolenza di un ministro di polizia, quale da molti anni (40?) non si ricordava, il problema delle vacanze, assillo periodico della nostra gioventù, è stato, per una parte consistente di giovani (non si conosce ancora la cifra ufficiale) felicemente risolto.
Non più spiagge affollate e prezzi proibitivi, ma lunghe e riposanti giornate al fresco dei nostri rinomati bagni penali.
La gamma (gamma) a disposizione è veramente varia: si và dal castello medievale, all’antico austero convento francescano, allo splendido scenario di pittoreschi picchi marini, ma anche chi vuole restare in città non viene certamente deluso.
I reclusi più fortunati, oltre al vitto e all’alloggio gratis, potranno usufruire dei numerosi servizi particolari che lo Stato mette generosamente a loro disposizione. Sedute periodiche, collettive o individuali, di massaggio per chi vuole mantenere alto il livello fisico (molti nostri angeli di custodia sono appositamente addetti a questo compito) lunghi periodi di vero isolamento in apposite celle serviranno a restituire il naturale equilibrio ai troppo esuberanti, per coloro che hanno la cella in direzione del sole, un’occasione veramente eccezionale: potranno in breve ostentare la famosa abbronzatura a scacchi che, si dice, furoreggerà tra poco. E/ saltanti balzi di temperatura per i detenuti in zone montane corroboreranno il fisico e il morale (non dimentichiamoci del morale). Insomma veri e propri paesi della cuccagna di cui la nostra penisola è veramente costellata. Si spiega così la frenetica corsa alla galera che ha portato in breve al tutto esaurito; ma gli altri giovani non si scoraggino! Il sopracitato ministro ha promesso un posto per tutti coloro che ne fanno implicitamente richiesta.
La prassi è abbastanza semplice: farsi notare a qualche manifestazione (meglio funebre) o incappare nei numerosi trabocchetti legislativi in continuo e confortante aumento; ma anche il caso ha spesso un ruolo determinante: il proprio nome su un’agenda rappresenta una chance notevole!
Quindi non disperino i giovani anche perché è imminente una grossa sorpresa: il FERMO GARANTITO!!! Almeno 48 ore di sana conversazione a tu per tu con i più famosi servitori del regime e chissà… questo è il primo passo…
(COSPIR/AZIONE, un foglio per respirare insieme, Torino 1977) 

L’obiettivo della rivoluzione

Diversi milioni di uomini vivevano in un immenso fabbricato senza porte né finestre. Innumerevoli lampade ad olio con la loro debole luce rivaleggiavano con le tenebre che dominavano in permanenza. Com’era usanza, fin dalla più saggia Antichità, la loro manutenzione incombeva ai poveri, cosicché il corso dell’olio combaciava fedelmente con il corso sinuoso della rivolta e della bonaccia. Un giorno scoppiò un’insurrezione generale, la più violenta mai conosciuta da questo popolo. I capipopolo esigevano una giusta ripartizione delle spese di illuminazione; un gran numero di rivoluzionari rivendicavano la gratuità di quello che chiamavano un servizio di utilità pubblica; alcuni estremisti giungevano fino a reclamare la distruzione di una dimora che si sosteneva essere insalubre e inadatta alla vita comune. Come di consueto, i più ragionevoli si trovarono disarmati di fronte alla brutalità della lotta. Nel corso di uno scontro particolarmente vivo con le forze dell’ordine, un obice mal diretto sventrò il muro di cinta, aprendovi una breccia attraverso la quale si riversò la luce del giorno. Passato il primo momento di stupore, questo afflusso di luce fu salutato con grida di vittoria.
La soluzione fu immediata, bastava ormai spianare altre brecce. Le lampade furono gettate fra i rifiuti o relegate nei musei, e il potere toccò agli apritori di finestre. I sostenitori di una distruzione radicale furono dimenticati e la loro stessa liquidazione discreta passò, sembra, quasi inosservata. (Ci si disputava sul numero e la disposizione delle finestre). Poi i loro nomi tornarono alla memoria, uno o due secoli più tardi, quando, assuefatto a vedere grandi pareti vetrate, il popolo, questo eterno scontento, si mise a sollevare stravaganti questioni. “Trascinare l’esistenza in una serra climatizzata, è vita questa?” domandava.
Nel rispetto comune della funzione dirigente, le forze antagoniste hanno continuato ad alimentare i germi della loro coesistenza futura. Quando il capogioco prende il potere di un capo, la rivoluzione muore con i rivoluzionari. La terza forza quella non catalogata radicalizza le contraddizioni e le porta al superamento, in nome della libertà individuale e contro tutte le forme di costrizione. Il potere non ha altra risorsa che quella di soffocare o di recuperare la terza forza senza riconoscerne l’esistenza.  

giovedì 13 novembre 2014

Distruzione-costruzione permanente del non-luogo

Il reperimento sistematico e ininterrotto di dati, spesso senza finalità precise, entro e in prossimità di ciascun individuo, avviene seguendo il principio cardine del data mining (estrazione di dati), ovvero il principio secondo cui un dato personale, anche senza alcun significato se preso isolatamente, può produrre un’informazione utile, una volta combinato con altri dati giunti da fonti e con modalità anche molto diverse (dati genetici o biometrici, videosorveglianza, geolocalizzazione, navigazione in Internet, connessioni telefoniche, acquisti e operazioni automatizzate di vario tipo, programmi televisivi seguiti, "pulci" negli oggetti di uso quotidiano o "biopulci" impiantate nel corpo, ecc.).Il conseguente trattamento dei dati, volto alla costituzione di un «profilo», cioè di una sorta di raddoppiamento continuamente aggiornato del corpo e della coscienza individuale in un aggregato di dati numerici, avviene in seguito entro l’architettura delle cosiddette «basi di dati», che sono al tempo stesso punto terminale e punto di avvio di una catena di operazioni multiple, atta a captare ed elaborare informazioni molteplici ed eterogenee. Proprio l’insieme di tali operazioni costituisce, tra l’altro, uno dei principali terreni di coltura di quella che continua a chiamarsi «ricerca scientifica» contemporanea. In tale scenario, la strutturazione del sistema sui suoi due assi portanti dell’economico-capitalistico e del politico-statuale si rende esplicita nel partenariato tra le strategie di marketing, da una parte, e le strategie mirate alla «sicurezza» dall’altra. Forme fino a ieri parallele, oggi sempre piú interconnesse a determinare un nuovo apparato di poteri rappresentati dalle centrali di gestione, interpretazione e trattamento dei dati personali, dove una sorta di “delega” implicita accordata al settore privato “autorizza” di fatto (aggirando di volta in volta ogni possibile “ostacolo” giuridico) una cartografia sempre piú precisa dei comportamenti di ciascun individuo e della sua rete relazionale. Tali strategie (ripetiamo: marketing e «sicurezza») sono, pertanto, espressioni delle stesse forze economiche e statuali che concorrono alla distruzione-costruzione permanente di quel non-luogo che è il tessuto urbano generalizzato e interconnesso, entro il quale sempre di piú accade … ogni cosa.

IO NON SO PIU, IO NON VOGLIO PIU di Marceline Desbordes-Valmore 

Io non so più, io non voglio più
Non so più da dove è nata la mia collera;
ha parlato…e le sue colpe sono scomparse.
I suoi occhi imploravano, la sua bocca voleva piacere:
dove sei fuggita mia timida collera?
non lo so più.

Non voglio più guardare ciò che amo
Non appena sorride, tutti i miei pianti svaniscono.
Invano, per forza o per dolcezza suprema,
l’amore e lui, vogliono ancora che io ami;
io non voglio più.

Non so più evitarlo nella sua assenza;
tutti i miei giuramenti sono ormai superflui.
Senza tradirmi, ho sfidato la sua presenza;
ma senza morire sopportare la sua assenza
io non so più.

Il mondo libero non è libero

Il mondo libero non è libero; il mondo comunista non è comunista. Il vecchio movimento proletario non è riuscito a rovesciare la società di classe e si è smarrito nelle varianti riformiste o burocratico-totalitarie del capitalismo classico. Ovunque nel mondo la gente è ancora alienata dalla propria attività (ciò che è obbligata a produrre le si rivolta contro come una potenza estranea) e dunque tutti sono alienati gli uni dagli altri. Lo sviluppo moderno del capitalismo ha generato un nuovo stadio di quest’alienazione: lo spettacolo, nel quale ogni comunicazione tra gli individui è mediata dalle immagini che sono presentate loro, dalle “informazioni” o dalle avventure vissute per procura fino alle lodi encomiastiche delle merci e dei burocrati.
Ma questo sistema non ha risolto tutte le sue contraddizioni; nel corso degli ultimi due decenni sono apparse, in tutte le regioni del mondo, nuove lotte che mettono in causa diversi aspetti del sistema e che tendono a rifiutare la mediazione burocratica. Il progetto fondamentale implicitamente implicato in queste lotte, è l’abolizione dello Stato e di ogni potere gerarchico, dell’economia mercantile e del lavoro salariato. Le precondizioni tecnologiche per una simile trasformazione esistono già. La forma di organizzazione sociale capace di realizzarla è stata prefigurata dai consigli operai che apparvero durante le rivoluzioni represse nei primi decenni di questo secolo: assemblee generali democratiche degli operai e di tutti gli altri che si riconoscono nel loro progetto, assemblee che dissolvono ogni potere esterno e si federano a livello internazionale, eleggendo delegati incaricati di compiti precisi e che possono essere revocati in qualsiasi momento.
Non si può contribuire a tale rivoluzione facendo ricorso ai metodi manipolatori che riproducono le relazioni gerarchiche dominanti. Il compito dei rivoluzionari è di favorire la coscienza, l’autonomia e la coerenza delle lotte radicali senza diventare una nuova direzione che le dominerebbe. Per questa ragione, ed anche perché l’opposizione costruttiva tende ad integrarsi nel sistema, le tattiche appropriate sono in grande misura negative o critiche: si tratta di attaccare le istituzioni e le ideologie che rafforzano la sottomissione al sistema, e di segnalare le possibilità ed i limiti delle lotte contro di esso, pur lasciando la gente libera di scegliere in che modo rispondere alle situazioni così esposte.
Si tratta di fronteggiare il mondo reale nel quale viviamo; di legare teoria e pratica in un’attività sperimentale, per resistere alla tendenza della teoria a pietrificarsi in ideologia. Tutto ciò che aveva qualche valore nell’arte o nella religione può essere realizzato soltanto superandole come sfere distinte, mettendo in gioco la creatività e la ricerca della realizzazione sul terreno della vita quotidiana. In una società che ha soppresso ogni avventura, la sola avventura possibile resta la soppressione di questa società.

giovedì 6 novembre 2014

Appunti per una teoria sovversiva

Lo sviluppo della teoria-pratica sovversiva necessita di una responsabilità mutuale di ogni singolo soggetto e non dell’appartenenza ad una Organizzazione partitica anche extra-istituzionale.
La liquidazione dell’oggetto Organizzazione è un momento irrinunciabile per la creazione dell’organizzazione reale: l’autogestione completa della lotta.
I metodi della lotta devono essere valutati in base alle caratteristiche del nemico.
L’amministrazione capitalista non può che concepire che un antagonista a sé speculare: gerarchizzando l’eversività insorgente, cerca di recuperarla e riportarla a parametri per lei comprensibili e gestibili.
I funzionari del Capitale sono incapaci di reprimere un movimento reale che non prende ordini da nessun altro che da se stesso, che si sviluppa in modo rizomatico, senza alcuna direzione suprema, che sfugge al controllo in quanto rompe con la ritualità dell’agire ideologico.
Uscire dalle prigioni ideologiche significa lottare per la comunicazione reale, non mediata in cui riconoscersi e riconoscere i propri desideri, le proprie capacità creative (distruttive della ricreazione e della ripetitività), rompere il muro di parole-immagini che incatena il corpo nella gabbia mistificatoria del linguaggio stereotipato.
I sensi risvegliati, l’intuizione, l’imprevedibilità uniti alla lucidità dell’analisi e alla puntualità della critica sono gli ingredienti del cocktail esplosivo che abbatte i muri che ci separano dalla libertà.
Ognuno faccia la sua scelta: o auto-blindarsi nello spettacolo della propria sopravvivenza o espandersi, riscoprendo la comunicazione, l’erotismo, il piacere (l’autogestione complessiva e generalizzata).
Ad ognuno ritrovarsi sul terreno dell’insofferenza e della progettualità comune, ad ognuno praticare ciò che è irriducibile al dominio della società dello spettacolo neomoderno: l’avventura appassionante della vita contro la follia inanimata del Capitale. 

I CANNIBALI di Liliana Cavani

Una grande rivolta riempie le strade di cadaveri; è la rivolta contro la nomenclatura, il potere, che basa la sua forza sulla alleanza tra il mitra, la croce e il denaro. Le Autorità hanno vietato a chiunque di spostare i cadaveri, i cui miasmi infettano l'aria; i corpi esposti devono servire da monito, così da togliere ogni idea di ribellione dalla mente di quanti sarebbero portati ad imitarli. Una ragazza, Antigone, vuole prendersi cura del cadavere del fratello, togliere il cadavere dal marciapiedi dove giace, proprio a ridosso dell'ingresso di un bar, dal quale continuano tranquillamente ad entrare ed uscire clienti, dargli una onorevole sepoltura. Nessuno vuole aiutarla, né la sorella che cerca di scoraggiarla: "la polizia è sempre in agguato”, dice, “e i delatori sono continuamente attaccati al telefono a denunciare simili atti, aperta sfida ai poteri costituiti”, né il padre, i fratelli, e neppure il fidanzato. Solo uomo Tiresia, venuto dal nulla, che parla una lingua che nessuno capisce, ma ricco di umana pietà, è l'unico a condividere la sua compassione per i morti. I due uniscono le loro energie e cominciano a prendersi cura non solo del fratello ma anche degli altri morti. La loro alleanza scatena le forze dell'ordine, che si mettono alla loro ricerca; si teme una escalation della disubbidienza, fondata sulla solidarietà. I due vengono arrestati e la loro fine è segnata. Ma il loro seme germina..
I Cannibali è la terza opera di Liliana Cavani, realizzata nel '70 che attualizzò, interpretandola, la tragedia "Antigone" di Sofocle. Essa mostrò infatti di voler oltrepassare la semplice enunciazione filosofica del problema del rapporto tra l'uomo e la Trascendenza, per giungere a calarlo in una dimensione persino psicologica dell'uomo-individuo e della società. Tema di fondo fu l'origine spiritualista della rivolta contro il disumano apparato del potere, ma l'opera continuò poi con l'infierire sull'alleanza tra chiesa, polizia e capitale, emblema e strumento delle forze detenenti il potere nel mondo occidentale cristiano. Lontano da una collocazione spazio-temporale immediatamente riconoscibile, sebbene la rivolta e la conseguente repressione siano ovviamente avvicinabili agli avvenimenti del ’68, la regista esaspera il contrasto tra l’Individuo e lo Stato e ne assolutizza i termini. L’architettura stessa della città, con le sue vie tentacolari costantemente sorvegliate, i quartier generali, le prigioni, i manicomi, è filmata come una proiezione della morsa dello Stato di polizia che si chiude fatalmente sui due ribelli e sul loro tentativo di ripristinare uno stato di Natura non normalizzato o politicamente plasmabile. I cannibali che aspirano a una purezza primitiva finiscono fagocitati da un sistema che si nutre del sangue dei ribelli perché, come asseriscono gli ambigui plutocrati che tentano di suggestionare Antigone, ogni potere ha un senso solo se c’è qualcuno che vuole rovesciarlo, e qualora non disponesse di un nemico reale, ne creerebbe uno immaginario contro cui combattere per riaffermare se stesso.
La diversità di Antigone sta nel suo rendersi estranea, sia al Potere sia alla contestazione, con Tiresia inizieranno un nuovo linguaggio ma anche un differente modo di resistenza. Antigone si farà spazio, seguendo l’esempio di Tiresia, tra le sovrastrutture della società, approdando ad uno stato naturale e ancestrale di esistenza; cercherà in se stessa «la propria natura animale, a lungo repressa da una educazione assurda e infausta» Pian piano si sbarazzerà delle leggi dello Stato, dell’educazione repressiva, della codificazione linguistica, e quindi della parola, della famiglia, ecc. Non approda però alla contestazione perché si tiene distante dalla ribellione politica codificata e collettiva. La sua ribellione, carica di una violenza arcaica, benché sia una disobbedienza civile, è un gesto etico e politico, che passa però attraverso un atto personale: spetta al singolo farsi carico del fardello dei morti. Antigone combatte come singola per la propria coscienza. 


Cos’é l’altruismo?

L’altruismo non è che il rovescio dell’inferno degli altri, la mistificazione che si dà questa volta all’insegna del positivo. La si faccia finita una volta per tutte con questo spirito da vecchi combattenti! Perché gli altri ci interessino, bisogna prima di tutto che noi troviamo in noi stessi la forza di un tale interesse. Bisogna che quanto ci lega agli altri appaia attraverso a quanto ci lega alla parte più ricca e più esigente della nostra volontà di vivere. Non l’inverso. Negli altri, è sempre noi che cerchiamo, e il nostro arricchimento, e la nostra realizzazione. Che ciascuno ne prenda coscienza e il ciascuno per sé portato alle sue ultime conseguenze sfocerà sul tutti per ciascuno. La libertà dell’uno sarà la libertà di tutti. Una comunità che non si edifichi a partire dalle esigenze individuali e dalla loro dialettica non può che rafforzare la violenza oppressiva del potere. L’altro in cui noi non ci cogliamo non è che una cosa, ed è precisamente all’amore delle cose che ci invita l’altruismo. All’amore del nostro isolamento.
Visto sotto l’angolatura dell’altruismo e della solidarietà – questo altruismo di sinistra – il sentimento di uguaglianza cammina con la testa in giù. Che cos’è se non l’angoscia comune ai societari isolati, umiliati, fottuti, battuti, becchi, contenti, l’angoscia di cellule separate, aspiranti a ricongiungersi non nella realtà ma in unità mistica, in una qualunque unità, quella della nazione o quella del movimento operaio, poco importa purché ci si senta come nelle serate di grande bevute tutti fratelli? L’uguaglianza nella grande famiglia degli uomini esalta l’incenso delle mistificazioni religiose. Bisogna avere le narici otturate per non stare male.
Per noi, non riconosciamo altra uguaglianza al di fuori di quella che la nostra volontà di vivere secondo i nostri desideri riconosce nella volontà di vivere degli altri. L’uguaglianza rivoluzionaria sarà indissolubilmente individuale e collettiva. 

giovedì 30 ottobre 2014

IL DIRITTO ALLA CITTÀ

Il diritto alla città non può concepirsi come un semplice diritto di visita o di ritorno verso le città industriali. Non può formularsi che come diritto alla vita urbana, trasformata, rinnovata.
Qui all’interno di queste scenografie noi abitiamo. Siamo gli attori mai protagonisti. Siamo gli oggetti di città resi merci, costruite su necessità e organigrammi estranee alla necessità e alle richieste di chi abita la città. Lo spazio metropolitano è ambito estensivo per territorializzazioni e continue deterritorializzazioni, per prassi di sfruttamento e speculazioni stabilite dunque oltre le dinamiche di vita comunitaria. In questa realtà contemporanea il concetto lefebvriano di diritto alla città scopre nuove e più agguerrite rilevanze. Diviene motto o piuttosto si trasforma in azione operativa e funzionale per la rivendicazione del concreto e dell’organico diritto alla vita urbana. Un abitare attivo quindi che per Lefebvre deve rendersi incisivo attraverso l’appropriazione diretta di tempo e spazio, perché l’inalienabile diritto all’uso del territorio della città è relativo alle necessità collettive di partecipazione alla vita quotidiana. Tramite la riattivazione, o meglio la corretta interpretazione, di tale evidente e necessaria istanza si costruisce lo strumento odierno di lotta e opposizione di consistenza contro il potere della globalizzazione neoliberale che sostituisce al valore d’uso il valore economico di mercato che minimizza, quando non elimina, la funzione sociale dello spazio urbano.
Reclamiamo ed esercitiamo il diretto fare uso del territorio urbano attraverso dunque strategie di intromissione che si traducono in effetti di ricreazione dello spazio esistente per definire e concretamente produrre nuove configurazioni di socialità, si costruiscono forme di guerriglia urbana che sin dagli anni ottanta hanno attivato processi di ri-appropriazione e modificazione di architetture e settori ormai inattivi dei nostri quartieri.

Maggio 1968 – due parole

È stato un luogo comune dell’intelligenza di sinistra come di destra quello che nulla potesse far presagire un movimento come quello del maggio ’68. Ma sappiamo che è il contrario. Non solo il movimento si preparava nelle profondità della società col diffondersi in strati e condizioni diverse della estraneità e del rifiuto, vissuti sempre più radicalmente anche se confusamente, il che dava luogo a eruzioni episodiche (violenze senza scopo delle bande di giovani emarginati, scioperi selvaggi e manifestazioni violente di operai, lenta dissoluzione degli organismi rappresentativi ed endemizzarsi del disordine fra una parte degli studenti); ma una minoranza lo sentiva venire, ne esprimeva consapevolmente e con la massima chiarezza le tendenze di fondo e si adoperava a precipitarlo. 
Non sarebbero sufficienti tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali per cancellare un solo momento di libertà vissuta. In pochi giorni la certezza delle possibilità di cambiamento globale aveva toccato un punto senza ritorno. Toccata nei suoi fondamenti economici, l’organizzazione gerarchica smetteva di sembrare una fatalità. Il rifiuto dei capi e dei servizi d’ordine, come la lotta contro lo Stato e i suoi poliziotti, era innanzi tutto diventato una realtà suoi luoghi di lavoro, dove padroni e dirigenti di ogni grado erano stati scacciati. Neanche la presenza di apprendisti-dirigenti, uomini dei sindacati e dei partiti, poteva cancellare dalla mente dei rivoluzionari che ciò che si era fatto di più appassionante si era operato senza dirigenti, e dunque contro di loro. Il termine stalinista fu così riconosciuto da tutti come l’insulto peggiore della bestialità politica. L’interruzione del lavoro, in quanto fase essenziale di un movimento che non ignorava affatto il proprio carattere insurrezionale, rimetteva in testa a ciascuno l’evidenza primordiale che il lavoro alienato produce alienazione. Il diritto alla pigrizia si affermava, non solo nelle scritte popolari come non lavorate mai o vivere senza tempi morti, godere senza ostacoli, ma soprattutto nello scatenamento dell’attività ludica. 

Nanotecnologie e controllo del vivente

Da diversi anni il progresso tecnologico cresce fortemente, apportando nuove nocività quali il nucleare, le nanotecnologie e gli organismi geneticamente modificati. Questi minacciano nell‘immediato la vita sulla terra attraverso lo sfruttamento delle “materie prime”, lo stoccaggio di enorme materiale radioattivo, la contaminazione irreversibile con nanotecnologie e la manipolazione genetica. Tutte le tecnologie condividono la volontà di espansione del controllo sul vivente fino a raggiungere una dominazione totale sulla civiltà e sulle sue complessità  attraverso la creazione di una rete infinita di strutture di potere che alienano quotidianamente le nostre relazioni.
La rivoluzione industriale porta in se un innalzamento della specializzazione e della centralizzazione. La tecnologia genetica rappresenta ora un nuovo salto qualitativo nello sviluppo del controllo del vivente. In agricoltura ad esempio i brevetti sulle sementi di alcune grandi multinazionali spingono l‘agricoltura verso una dipendenza assoluta, determinando la distruzione di ogni biodiversità.
Ogni possibilità di un approvigionamento autonomo è reso impossible, fino a definire illegale qualsiasi iniziativa autonomista che tenda a questo.
Non sono solo le multinazionali o gli Stati che ne portano la responsabilità, ma pure tutti coloro che credono alle loro menzogne e sostengono il loro sviluppo e che vi aderiscono.
Un ruolo centrale in questa tendenza distruttrice è da attribuire agli scienziati che avvolti nei loro camici bianchi della «neutralità», nascosti dietro alla nozione di «ricerca fondamentale», lavorano alla legittimanzione della tecnologia genetica. La natura di queste ricerche ci sembra chiara:  eseguire interessi economici attraverso l‘espansione assoluta del controllo sul vivente attraverso la determinata volontà di annientare le comunità libere e decentralizzate attraverso il loro annientamento fisico e culturale.

giovedì 23 ottobre 2014

La guerra contro l’umanità


Il sistema è oggi piú forte di ieri. La ragione ultima di questo rafforzamento si trova, appunto, in quel processo sociale e di piú, antropologico, che possiamo chiamare sussunzione reale (cioè non formale) della vita umana da parte del capitale, processo che progressivamente svuota gli individui e le comunità umane di ogni possibile autonomia, intesa come capacità di determinare le condizioni materiali e immateriali con cui si produce e riproduce la loro esistenza, e determinando cosí una condizione generalizzata di nuova e automatica «servitú volontaria».
Un aspetto specifico di questo processo: quello riconducibile al mutamento profondo, iniziato nell’ultimo quarto del secolo scorso e oggi in pieno svolgimento, delle forme e delle tecniche della «sorveglianza». Con questo termine ci riferiamo a una delle forme attualmente piú insidiose – perché si impone in modo difficilmente percepibile e con il ritmo dell’inevitabilità – dell’apparato tecno-economico-politico di dominio globale, apparato che, per raggiungere la sua potenza attuale, si è servito delle scienze fisico-naturali, piegandole alla sua dinamica (contribuendo cosí alla loro effettiva esautorazione come fonti di creazione sociale) e divenendo, in tal modo, sempre piú capace di regolare non solo tutte le condizioni materiali della nostra vita (spossessando l’esperienza di ogni sapere empirico e pratico; avvilendo il corpo con obesità, malattie cardio-vascolari, tumori; creando un ambiente patogeno permanente, ecc.), ma anche di controllare la nostra ragione (corrompendo sistematicamente l’autonomia delle idee e delle sperimentazioni a vantaggio della pervasiva dinamica economica e della sempre piú capillare regolamentazione statuale), il che ha dato vita alla tecnoscienza e al suo utilizzo, in espansione.
Si tratta in effetti di una vera e propria guerra contro l’umanità, in cui la posta in gioco per il sistema non è piú soltanto quella di mettere in atto un controllo dello spazio pubblico, mirato all’individuazione e alla conseguente punizione di comportamenti devianti, ma anche, ogni giorno di piú, quella di penetrare lo spazio privato attraverso un tracciamento ininterrotto degli atti, dei movimenti, dei desideri di ciascun individuo per prevenire ogni possibile deriva, per fare di ciascun individuo una superficie muta, chiamata incessantemente a sottomettersi a procedure di verifica rispetto a «finalità sociali» preprogrammate. E sono, poi, queste stesse «finalità sociali» preprogrammate a rendere le «innovazioni tecnologiche», che veicolano concretamente tale scenario, sempre e comunque desiderabili, occultandone costantemente l’ambivalenza quali potenziali strumenti di oppressione e controllo globale.