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giovedì 25 aprile 2013

LA NECESSITA’ DI ESSERE CRITICI


Poiché la marcia verso l’annientamento globale prosegue, la società diventa più insalubre, perdiamo sempre più controllo sulle nostre vite e non riusciamo a opporre una resistenza significativa alla cultura della morte, è indispensabile essere estremamente critici nei confronti dei movimenti rivoluzionari del passato, delle lotte attuali e dei nostri stessi progetti. Non possiamo ripetere in eterno gli errori del passato o rimanere ciechi davanti alle nostre manchevolezze. Il movimento ambientalista radicale è pieno zeppo di azioni simboliche e campagne su singoli problemi e l’ambiente anarchico è infestato da tendenze di sinistra e liberali. Entrambi continuano a discutere proposte attiviste per lo più insignificanti e raramente tentano di valutare oggettivamente la loro (in)efficacia. Spesso sono il senso di colpa e lo spirito di sacrificio, anziché il desiderio di liberazione e libertà, a guidare questi buoni samaritani sociali, mentre procedono lungo il corso tracciato dai fallimenti che li hanno preceduti. La sinistra è una piaga purulenta sul culo dell’umanità, gli ambientalisti non sono riusciti a preservare nemmeno una frazione delle aree selvagge e gli anarchici raramente hanno qualcosa di stimolante da dire, tanto meno da fare. Alcuni potrebbero sostenere che la critica è negativa perché crea divisioni, ma qualsiasi prospettiva veramente radicale comprenderebbe la necessità dell’analisi critica per cambiare le nostre vite e il mondo in cui abitiamo. A nulla approdano coloro che desiderano soffocare ogni dibattito fino a dopo la rivoluzione, limitare qualsiasi discussione a chiacchiere vaghe e insignificanti e reprimere le critiche sulla strategia, le tattiche o le idee, e possono solo tenerci a freno. Un aspetto essenziale di qualsiasi prospettiva anarchica radicale deve essere la necessità di mettere tutto in discussione, comprese le nostre idee, i nostri progetti e le nostre azioni.


Teresa la camiciaia

Teresa, una data: 15 aprile 1919.
Teresa, una della nostra classe: operaia della roccaforte proletaria della Bovisa. Di lei, per oltre novant’anni, non ha parlato più nessuno. Dimenticata sino ai giorni nostri.
Teresa, una militante: affronta in piazza lo squadrismo fascista.
Teresa, fiore rosso reciso: prima vittima di sempre del fascismo.
Teresa, operaia cucitrice: è già schedata dalla polizia quando, in quel 15 aprile, va nella piazza occupata da fascisti e futuristi.
Milano, 15 aprile 1919. Socialisti e Camera del Lavoro proclamano uno sciopero generale con comizio all’Arena in protesta contro la repressione poliziesca avvenuta due giorni prima. Alle ore 16 circa, dopo che il comizio socialista si era sciolto, una parte della folla che ostentava bandiere rosse e nere si mise in marcia verso il centro della città. È chiaro che gli spartachisti e gli anarchici si erano messi d’accordo per organizzare una dimostrazione senza il concorso dei socialisti di destra e dei massimalisti. Tra via Mercanti e via Dante l’agguato. Trecento, forse quattrocento (nove su dieci sono
arditi – ufficiali studenti del Politecnico ed aderenti alle
associazioni tricolori, guidati dal federale Vecchi – uno su dieci è futurista, li guida Marinetti) provenienti dalla redazione de «Il Popolo d’Italia» di via Paolo da Cannobio armati di mazze ferrate, pugnali, pistole, bombe a mano, confluiscono verso il centro cercando ed ottenendo lo scontro coi manifestanti, mentre carabinieri e militari lasciano fare.
Galli Teresa di Alessandro, nata nel 1899, professione operaia cucitrice in bianco alla ditta Gioia di via Lepontina, residente a Milano in via Riparto Bovisa 83. Quel giorno è nel corteo di spartachisti e anarchici. I fascisti sparano. Un proiettile le attraversa la nuca, Teresa cade, è la prima vittima della bestiale violenza fascista. Colpendo un’operaia, una donna, la reazione in camicia nera mostra da subito quelli che saranno i suoi connotati: antiproletari, controrivoluzionari, sessisti. Le bestie fasciste, non contente, si dirigono alla sede de «L’Avanti» in via San Damiano devastando, incendiando ed uccidendo. Alla fine della giornata si conteranno quattro vittime.


L’innovazione tecnologica e la rivoluzione sociale nell’I.S.


Due punti di vista che cercano faticosamente di unificarsi: uno d’ispirazione tecnico-scientifica, dal quale sono portavoce Constant e Pinot Gallizio, e uno d’ispirazione sociale-rivoluzionaria, di cui è portavoce Debord. Il primo individua il motore dei nuovi tempi nel progresso tecnico, nell’automazione, nel pieno sviluppo della società dell’abbondanza, che dilaterà in modo sorprendente la quantità di tempo libero a disposizione dei lavoratori, tenderà ad eliminare il valore delle merci, libererà le energie creative di tutti: “Con l’automazione”, scrive Gallizio, “non ci sarà più il lavoro, nel senso corrente del termine, non ci sarà più il riposo, ma un tempo libero per libere energie anti-economiche … Bisogna dominare la macchina votandola al gesto unico, inutile, anti-economico. Ciò aiuterà la formazione della nuova società, post-economica, ma surpoetica …”. Il secondo invece, pur non mettendo in dubbio il ruolo positivo dell’industria e l’importanza dello sviluppo materiale dell’epoca, tende a legare la possibilità di una nuova età ad una rinascita della rivoluzione sociale proletaria: “Io ritengo il capitalismo” dice Debord, “incapace di dominare e d’impiegare pienamente le sue forze produttive, incapace di abolire la realtà fondamentale dello sfruttamento, dunque incapace di lasciare il posto pacificamente alle forme superiori di vita evocate dal suo stesso sviluppo materiale”. Nel primo caso la nuova età sorge meccanicamente dallo sviluppo della produzione, nel secondo sorge dialetticamente dalle contraddizioni, dalle tensioni e dalle resistenze sociali che questo genera. Nel primo caso si tratta di un’applicazione all’esistenza quotidiana di un livello artistico permesso dal progresso tecnico, nel secondo caso di un cambiamento qualitativo di vita inseparabile dalla rinascita della rivolta proletaria.

giovedì 18 aprile 2013

Il dominio delle professioni



I mercanti vendono le merci che hanno accumulato. I membri delle corporazioni garantiscono la qualità. Alcuni artigiani adattano il loro prodotto alle esigenze e ai gusti del cliente.
I professionisti esperti vi dicono invece ciò di cui avete bisogno e rivendicano il potere di prescrivere. Non vi propongono solo ciò che è buono, ma vi ordinano di fatto ciò che è giusto. Non è il livello del reddito, la lunga formazione, i compiti delicati e nemmeno la posizione sociale che contraddistingue il professionista. E' piuttosto la sua autorità a definire una persona come cliente, a decidere di che cosa questa ha bisogno e nel fornirle una prescrizione.
Questa autorità professionale comprende tre ruoli: l'autorità sapienziale del consigliare, istruire e dirigere; l'autorità morale che rende non solo utile ma obbligatorio quanto prescritto; e l'autorità carismatica che permette al professionista di appellarsi a qualche interesse superiore del suo cliente.
Per esempio, il medico generico è  divenuto il dottore quando ha lasciato il commercio delle medicine al farmacista è ha tenuto  per sé quello delle ricette. E' divenuto uno scienziato della salute quando la sua corporazione ha avocato a sé tutte queste autorità e ha cominciato a trattare con casi anziché con persone, ritrovandosi, quindi, a tutelare gli interessi della società invece che quelli dell'individuo.
Gli specialisti sanitari ed economici hanno acquisito l'autorità di determinare quale assistenza sanitaria debba essere erogata nella società.
La corporazione medica rivendica il potere di sottoporre a diagnosi l'intera popolazione al fine di identificare tutti coloro che potrebbero essere dei clienti potenziali, esse sanno in che modo devono essere allevati i bambini, quali studenti devono o meno proseguire negli studi e quali droghe si possono o meno ingerire.

L'acritica accettazione sociale delle esperte professioni dominanti è a tutti gli effetti un evento politico. Ogni nuova proclamazione di legittimazione professionale sta a significare che le competenze della sfera politica - legislative, esecutive  e giurisdizionali - perdono una parte dei propri caratteri e della propria indipendenza. La cosa pubblica passa dalle mani di rappresentanti eletti dal popolo a quelle di una élite autolegittimata.

SCRITTE MURALI NEL 77’


Il rapporto tra scritte murali e slogan è molto diretto. Lo slogan può essere sia gridato nei cortei sia scritto sui muri con le bombolette, lungo il percorso degli stessi cortei o dentro alle università e nei quartieri. Quindi possono esserci scritte che nascono come slogan e slogan che vengono introdotti sotto forma di scritte.
Le scritte murali, già usate molto in Italia, in particolare dal PCI negli anni 50’, ebbero infatti negli anni 70’ una notevole evoluzione grazie alla comparsa delle bombolette di vernice spray, che ne fecero una delle forme di propaganda più diffuse. Infatti, rispetto alle scritte fatte con vernice e pennelli, le bombolette spray permettono una rapidità di esecuzione molto maggiore, diminuendo il rischio di incontri sgraditi, con fascisti o volanti di polizia e moltiplicando la possibilità di fare scritte anche artisticamente parlando.
Le scritte del movimento 77’ sono caratteristiche per l’ironia, l’ambiguità, per l’iperbole, per l’esaltazione, volutamente sopra le righe, delle armi e dello scontro violento. Ma tutto il movimento fa suo questo atteggiamento e utilizza questa ambiguità, sorta spontaneamente, tra le formazioni più ingenue, quelle più ironiche e quelle più militanti. Questa ambiguità contribuisce allo sviluppo di un linguaggio murale proprio del movimento, un linguaggio sorprendente, autonomo che diventa esclusivo oscuro e autoreferente. Allo stesso tempo, però, la sua estrema sintesi, il rifiuto delle mediazioni, come forme di ricomposizione dei conflitti, ne fanno un linguaggio molto immediato e concreto.

A FORZA DI ASCOLTARMI MI SONO RIDOTTO MALE
BLOCCO VIOLENZA SABOTAGGIO / CONTRO IL CAPITALE SCIOPERO SELVAGGIO
CI TOLGONO LA GIOIA CI TOLGONO LA VITA / CON QUESTO SISTEMA FACCIAMOLA FINITA
CLORO AL CLERO
CON L’ACQUA MINERALE E’ FINITA UN’ILLUSIONE / LA SOLA VIA E’ IL BOTTIGLIONE
DIPINGI DI GIALLO IL TUO POLIZZIOTTO
DONNA OPERAIO OMOSESSUALE / UNITI NELLA LOTTA CONTRO IL CAPITALE
ERA UNA NOTTE DI LUPI FEROCI / L’ABBIAMO RIEMPITA DI LUCI E DI VOCI
FELCE E MIRTILLO
GIACCA AZZURRA NON LO SCORDARE / ABBIAMO CAVALLO PAZZO DA VENDICARE
GUERRA DI CLASSE IN FABBRICA E IN QUARTIERE / AUTONOMIA OPERAIA PER IL POTERE
lamaRIJUANA FA MALE A CHI CREDE CHE BERLINGUER FA L’INTERESSE DEI LAVORATORI
LA VIOLENZA PUO’ ESSERE CREATIVA
MAI PIU’ SENZA FUCILE
NE’ DIO NE’ STATO NE’ SERVI NE’ PADRONI 
NO AI PARLAMENTI DI LOTTA CONTINUA / FALCE E SPINELLO NUOVO ORDINE AL CERVELLO
NON SPRECARE IL TUO TEMPO SDRAIATI
PIPE AI PENSIONATI CANNE AI RAGAZZINI / NUCLEI SCONVOLTI CLANDESTINI
PIU’ DEVIANZE MENO GRAVIDANZE
RENDIAMO PIU’ CHIARE LE BOTTEGHE OSCURE
UNA SCINTILLA PER INCENDIARE TUTTA LA PRATERIA
VOGLIAMO LA RIFORMA DELL’ALFABETO

L’arte come creazione di nuove forme di azione


La vera creatività del nostro tempo è agli antipodi di qualsiasi cosa venga ufficialmente riconosciuta come arte. L’arte è diventata una parte integrante della società contemporanea ed una nuova arte può esistere come superamento della società contemporanea nella sua interezza. Può esistere soltanto come creazione di nuove forme di azione. In questo senso l’arte è stata una parte integrante di ogni autentica esplosione di rivolta nell’ultima decade. In ogni occasione si è manifestata la stessa repressa e furiosa volontà di vivere, di vivere ogni possibile esperienza nella sua pienezza, il che, nel contesto di una società che sopprime la vita in ogni sua forma, può voler dire soltanto costruire esperienze e costruirle contro l’ordine esistente. La creazione dell’esperienza immediata come puro godimento edonistico e sperimentale di sé, può avvenire solo attraverso una forma sociale: il gioco, ed è il desiderio di giocare che viene asserito in ogni rivolta autentica contro l’uniforme passività della società della sopravvivenza e dello spettacolo. Il gioco è lo spontaneo svilupparsi ed arricchirsi della vita quotidiana; è la forma conscia del superamento della politica e dell’arti spettacolari. é partecipazione, comunicazione e autorealizzazione risorte in forme adeguate. È il mezzo ed il fine della rivoluzione totale.
La riduzione di ogni esperienza vissuta alla produzione ed al consumo delle merci è il meccanismo nascosto in cui si produce ogni rivolta, e la marea che sale in tutte le più importanti nazioni industrializzate potrà soltanto rovesciarsi con sempre maggiore violenza contro la forma merce. Ma non basta, questo conflitto diventerà sempre più aspro, man mano che si rivelerà che l’integrazione che il potere produce è la riconversione della rivolta in merce spettacolare (vedi ad esempio il trasparente conformismo dell’anticonformismo preconfezionato per la gioventù moderna). La vita si rivela come una guerra tra la merce e il ludico. Un gioco spietato. E ci sono solo due modi di subordinare la merce al desiderio di gioco: la sua distruzione, oppure la sua sovversione.    

giovedì 11 aprile 2013

Alloggio come merce


La società industriale è la sola che cerca di trasformare ogni cittadino in un residente che dev'essere alloggiato, e che pertanto viene sollevato dal dovere di quella attività sociale e comunitaria che si chiama 'abitare'. Oggi coloro che difendono la propria libertà di abitare o sono molto ricchi o vengono trattati come devianti.
Questo vale sia per quelli a cui il cosiddetto 'sviluppo' non ha ancora fatto dimenticare il desiderio di abitare, sia per le frange alternative, alla ricerca di nuove forme di abitazione tali da rendere il paesaggio industriale abitabile, almeno nei suoi punti deboli e di frattura. Sia i non modernizzati sia i post-moderni si oppongono al divieto della società all'autodeterminazione spaziale, e dovranno fare i conti con la repressione poliziesca del disturbo che creano. Saranno definiti invasori, occupanti illegali, anarchici e disturbatori, secondo le circostanze in cui affermano la propria libertà di abitare: indios che si
installano in un terreno incolto a Lima; "favellados" di Rio de Janeiro che ritornano a occupare la collina da cui sono appena stati cacciati dalla polizia (dopo averla abitata per quarant'anni); studenti che osano trasformare in abitazioni le rovine del Kreuzberg a Berlino; portoricani che con la forza tornano a occupare gli edifici bruciati e murati del South Bronx. Saranno tutti sloggiati, non tanto per il danno che arrecano al proprietario del terreno o perché rappresentino una minaccia per la pace o per la salute dei vicini, ma per la sfida che lanciano all'assioma sociale che definisce il cittadino come unità che ha bisogno di un garage standard. 
Sia la tribù di indios che scende dalle Ande per installarsi nei sobborghi di Lima, sia il consiglio di quartiere che si dissocia dall'ente cittadino preposto all'edilizia, sia gli squatter che contestano il modello oggi dominante del cittadino come Homo castrensis, (uomo acquartierato). Ma la sfida dei nuovi arrivati e quella dei disinseriti (unpluggers) provocano reazioni opposte. Gli indios si possono trattare da pagani, che debbono essere educati ad apprezzare la cura materna che lo stato si prende del loro bisogno di un tetto. Il disinserito moderno è molto più pericoloso: egli offre testimonianza degli effetti castranti del materno abbraccio della città. A differenza del pagano, questo eretico contesta l'assioma della religione civica sottostante a tutte le varie ideologie che solo superficialmente si contrappongono fra loro. Secondo questo assioma, il cittadino in quanto homo castrensis ha bisogno della merce chiamata "alloggio", Il suo diritto all'alloggio è sancito dalla Legge. il disinserito non si oppone a questo diritto, ma contesta le condizioni concrete in cui il diritto all'alloggio è in contrasto con la libertà di abitare. E questa libertà è per lui, quando vi è conflitto fra le due cose. più preziosa della merce alloggio, che per definizione è scarsa.

FORSE DA QUALCHE PARTE di Horst Fantazzini


Ragazzo,
senti il rumore del tuono?
Forse da qualche parte un uomo sta lottando.
Lotta per te, per me, per tutti,
ma pochi sanno dirgli grazie …
ragazzo,
senti lo stillicidio della pioggia?
Forse da qualche parte
Una vita si sta spegnendo
E questa pioggia è l’eco di un lontano dolore …
Ragazzo,
senti il peso di questo improvviso silenzio?
Forse da qualche parte un uomo è stato vinto,
fucili di venduti fratelli
gli hanno impedito di gridare “Libertà!”.
ragazzo,
il dolore di uno
dovrebbe essere il dolore di tutti
e non è giusto che
mentre tu piangi
altri ridono
e mentre tu ridi
altrove altri si disperano.
Ragazzo,
al prossimo tuono
non spaventarti,
alla prossima pioggia
non chiudere la tua finestra,
al prossimo silenzio
mettiti a gridare con rabbia!

(Ricordando Del Padrone, ragazzo di vent’anni fucilato alle Murate)


L’attentato alla Borsa di Parigi


L’anarchico Charles Gallo detto il bastardo (così veniva chiamato a scuola causa padre sconosciuto), preparò con fatica, con pericoli e rischi che non si possono descrivere, un litro all’incirca di acido prussico; si comprò con i suoi risparmi una buona rivoltella ed il 5 marzo 1886, penetrò alla Borsa di Parigi e, rovesciò il suo litro di acido sul lastrico della grande rotonda della Borsa, nel momento in cui ferveva più accesa l’avida competizione tra un gruppo di agenti di cambio e di banchieri impellicciati, fronteggiando a colpi di rivoltella i primi che tentavano sbarrargli il passo e non rinunciando, contro la violenza dei sopragiunti, numerosi ed inferociti, alla più aspra resistenza.
 “Mi sono proposto di dare agli aggiotatori una lezione che fosse anche un ammonimento togliendone di mezzo il maggior numero e dei più facinorosi. Voi, che dal vostro banco non misurate agli umili la pietà, giacché uffizio vostro, cittadino Presidente, è la giustizia e senza melanconie umanitarie-sentimentali, implacata ed inesorata, voi sapete che cosa sono gli aggiotatori, gli organizzatori impunitari del sacco alla pubblica fortuna, gli organizzatori delle crisi, del panico della fame e della rovina di tutti su cui accatastano la dovizia ladra ed invereconda. Voi li conoscete, cittadino Presidente, ne conoscete i misfatti, gli arrembaggi, i delitti, la corruzione, e se la vostra è coscienza onesta, quante volte non avete fremuto voi nell’accertare la vostra impotenza, l’impotenza della vostra legge ad attingere codeste scellerate associazioni di malfattori e di briganti da cui è costituito tutto il mondo venerato ed inchinato della finanza. Perché esso è fuori dalla  legge, poiché la legge la legge è per se stessa la più impudica delle frodi, la più cinica e più infausta delle menzogne perché, e nessuno lo sa meglio di voi, cittadino Presidente, essa, la vostra legge, esse, le vostre istituzioni, la vostra giustizia compresa non sono che la muraglia esosa con cui i ladri contendono ai derubati la ripresa del prodotto accumulato del loro lavoro. Ieri, oggi, domani hanno conteso e contenderanno, ma dopodomani? Non avevo di mira  poveri commessi, tirai nel gruppo degli agenti di cambio e dei cambieri; ma se taluni commessi ebbero le loro ferite inseguendomi, non me ne duole. Quando si nasce al di qua non si sta coll’animo, colla devozione, coll’accanimento dall’altra riva; non si ha diritto alla nostra solidarietà ed alla nostra pietà. Deve bastare ai mastini del capitale, siano sbirri o gendarmi, soldati o lacchè, la pietà dei padroni. Viva l’anarchia! viva la Rivoluzione sociale!” 

(Dichiarazione di Charles Gallo nell’udienza del 16 luglio 1886 al Presidente Dupont e a tutta la corte)

formula acido prussico

giovedì 4 aprile 2013

La vita si perde se non la si crea


Lo sfaldamento sociale ha fatto degli individui la base di partenza contro di esso. Non resta loro che soccombere alla riduzione mercantile oppure fondare sui loro desideri una società libera da ogni forma di potere, di profitto, di scambio.
Dov’è il volontarismo? In un lasciarsi andare dove più gioisco più ho voglia di gioire, con una facilità dove più ho voglia di godere meno lavoro, nel piacere dove meno lavoro più desidero creare le condizioni di un piacere senza fine? Oppure nel rifiuto dello Stato, dello spettacolo, della merce, come si affaticano a farli conoscere i procuratori della rivoluzione e i rappresentanti della teoria?
Ogni godimento è creativo quando evita lo scambio. Se non costruisco nell’amore di quello che mi piace una zona di vita il meno possibile esposta alla polluzione mercantile, come potrei avere la forza per distruggere il vecchio mondo? Come potrei proteggere i miei desideri contro il condizionamento dominante, se non approfittassi di ogni rilassamento dello Stato, di ogni crisi sociale per dare i colpi più duri alla merce e ai suoi alleati?
La gratuità è l’arma assoluta del godimento. Essa fonda il passaggio dall’azione individuale alla pratica collettiva.
Il rifiuto della sopravvivenza, la vita finalmente rivendicata aprirà l’epoca dell’autogestione generalizzata.

LA GRANDE ABBUFFATA di Marco Ferreri


Quattro amici, un cuoco, un dirigente televisivo, un pilota e un giudice, tagliato ogni legame con amici e parenti, si rinchiudono in una villa insieme con abbondanti provviste alimentari, decisi a morire mangiando leccornie a dismisura. Fanno loro compagnia alcune prostitute, le quali dopo un certo tempo se ne vanno nauseate; resta con loro Andrea, una maestra. Costei partecipa agli incredibili e sontuosi banchetti che conducono alla morte, l’uno dopo l’altro, i quattro suicidi.
Scritto da Ferreri insieme a Rafael Azcona, il film è un’allegoria della società del benessere condannata all’autodistruzione, e un saggio da manuale tre eros e thantos, il cibo e gli escrementi. Il film mette il dito sulla piaghe maleolenti della nostra cultura ma con una negatività che riesce ad essere produttiva e utile nella sua provocazione. Come capita spesso nei film di Ferreri, la salvezza è affidata alla donna, lasciando all’uomo l’angoscia di una impossibile pienezza di rapporto con l’esistenza, sia sessuale che politico-morale. La fusione e l’intreccio tra fantastico e reale, tra immaginazione e razionalità è la costante che ha caratterizzato ii cinema di Ferreri, offrendo al regista ampio spazio per l’invenzione che, volta per volta, si è andata a definire nel grottesco, nel paradosso o, nel caso della Grande Abbuffata, nell’humor nero. Con questo film Ferreri guarda al mondo della borghesia, anzi alla borghesia come classe, alla sua essenza e storia. I quattro amici che si rinchiudono nella villa rappresentano ciascuno un preciso ceto sociale; la loro presenza nell’edificio crea un microcosmo dal quale nessuno riesce ad uscire, nemmeno col suicidio. Il cibo non è un rituale fine a se stesso: Philippe, Ugo, Michel, Marcello sono destinati a morire e il mezzo che scelgono per il suicidio è, nella simbologia del regista, il più conseguente. La borghesia si estingue, o si trasforma, soffocata dagli stessi beni che produce. La civiltà intesa come dominio di una classe si manifesta nei suoi aspetti esteriori e sovrastrutturali attraverso i valori culturali che è in grado di generare. 
Per l’umorismo nero di Ferreri la raffinatezza delle vivande si identifica con questo grado di civiltà e, al tempo stesso, con l’esigenza di creare continuamente nuovi prodotti, nuova merce da consumare per poterne produrre altra. A tutto ciò si accompagna l’impotenza di operare una rigenerazione di se stessi se non attraverso la nascita di un nuovo strato sociale, che si sempre prodotto dalla borghesia e che le si sostituisca, mantenendone i caratteri, nella gestione del potere. In tale contesto la maestra impersona il nuovo ceto che accompagna la vecchia borghesia all’estinzione, che l’accudisce amorevolmente sino all’irriverente e ironica morte. Il pessimismo di Marco Ferreri si manifesta nella Grande abbuffata, nell’incapacità di scorgere alternative in grado di competere dialetticamente con lo sfacelo della borghesia.   

Il Congresso di Saint Imier


La distruzione d'ogni potere politico il primo dovere del proletariato. 
L'organizzazione d'un potere politico provvisorio sedicente rivoluzionario e capace d'accelerare la distruzione dello Stato, non può essere che un inganno di più e sarebbe tanto pericolosa come i governi oggi esistenti.
Respingendo ogni compromesso al fine di attuare la rivoluzione sociale, i proletari d'ogni paese devono stabilire, al di fuori di ogni politica borghese, la solidarietà dell'azione rivoluzionaria. 
La libertà e il lavoro sono la base della morale, della forza, della vita e della ricchezza dell'avvenire. Ma il lavoro se non è liberamente organizzato si trasforma in oppressione e per evitare ciò l'organizzazione libera del lavoro è una condizione indispensabile della vera e completa emancipazione del proletariato. Il libero esercizio del lavoro necessita il possesso della materie prime e del capitale sociale. E' impossibile organizzare il lavoro se l'operaio, emancipandosi della tirannia politica ed economica, non conquista il diritto di svilupparsi completamente in tutte le sue facoltà. Ogni stato, ogni governo ed ogni amministrazione delle masse popolari, sono necessariamente fondate sulla burocrazia, sull'esercito, sullo spionaggio, sulla chiesa, ed è per questa ragione che non potranno mai realizzare una società basata sul lavoro e sulla giustizia. L'operaio non potrà mai emanciparsi dall'oppressione secolare, se allo stato assorbente e demoralizzante non sostituirà la libera federazione dei gruppi produttori fondati sull'eguaglianza e la solidarietà. L'organizzazione anarchica è un fattore di forza tale che anche nelle condizioni attuali non si può rinunciarvi. In essa il proletariato fraternizza nella comunità d'interessi, si esercita alla vita collettiva, si prepara alla lotta suprema. 
All'organismo privilegiato e autoritario dello Stato si dovrà sostituire l'organizzazione libera e spontanea del lavoro, che sarà una garanzia permanente del mantenimento dell'organismo economico contro quello politico. Lasciando alla pratica della rivoluzione sociale i dettagli dell'organizzazione positiva. 

Lo sciopero sarà per noi un mezzo prezioso di lotta. Noi l'accettiamo come un prodotto dell'antagonismo fra lavoro e capitale. In questo antagonismo gli operai diventeranno sempre più coscienti dell'abisso che esiste fra la borghesia e il proletariato. Attraverso le piccole lotte economiche il proletariato si prepara alla grande lotta rivoluzionaria che distruggerà tutti i privilegi e le classi e darà all'operaio il diritto di godere del prodotto integrale del suo lavoro e con questo gli procurerà i mezzi di sviluppare tutta la sua forza materiale e intellettuale e morale.