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venerdì 27 dicembre 2013

Dell’amore affinato come creazione di un mondo nuovo

C’è nell’amore della vita la totalità dell’amore. La corruzione dell’uno comporta quella dell’altro. Siccome non c’è nulla che sia così incompatibile con l’economia come l’amore e la vita, una sorte comune ti condanna all’incompiutezza, un’opinione millenaria li classifica nel novero delle chimere. Nell’ordine delle cose che è la fatalità disumana di un’umanità di produttori, la vita e l’amore non esistono, né possono esistere.
Tuttavia il mondo cambia di base, non nelle trepidazioni, così disperatamente sperate, della Grande Sera. Non mediante quelle rivoluzioni che non furono fin nella risolutezza stessa di quelli che si illudevano di guidarle se non le contorsioni della merce in via di mutazione. Il crollo della nostra civiltà e lo snaturamento della terra sono improvvisamente altrove nello spazio e nel tempo per chi rifiuta di marcire nella decrepitezza della redditività e del potere concorrenziale. Se la vita sgorga e porta le sue devastazioni nei circuiti di mille morti quotidiane, laboriosamente programmate, vuol dire che la sopravvivenza non riesce più ad ostruirla con il peso della sua impostura.
Come insegnano ormai i bambini, il piacere di vivere non deve più affermarsi pagando un tributo alla retorica della sua sconfitta. A dispetto delle antiche oppressioni, l’amore di sé, quale lo scoprono l’infanzia e la nuova coscienza degli amanti irradia da una potenza di cui la potenza industriale, perfettamente concentrata nell’irradiazione nucleare, sarà stata il mortale surrogato. È il motivo per cui noi consideriamo l’esigenza amorosa di essere tutto, in ogni tempo e ovunque, come l’unica alternativa alla società mercantile.
O l’economia porterà a compimento la perdizione del vivente, o la società si fonderà sulla predominanza dei desideri affrancati dall’universo mercantile. O noi periremo nella stupidità crescente del profitto e del prestigio promozionale, o il primato del godimento porterà alla rovina il lavoro attraverso la creatività, lo scambio mediante il dono, il senso di colpa tramite l’innocenza, la volontà di potenza grazie alla volontà di vivere, gli appagamenti angosciati per mezzo del ritmo naturale del piacere e del dispiacere.
Una scommessa è aperta. Tra la tendenza ad abbandonare il meglio per il peggio, e la trasmutazione dell’Es individuale. Tra il disprezzo di sé, questa virtù, di cui si onora lo schiavo, di rimettersi ad una guida uomo politico, prete, medico, psicanalista, pensatore, istituzione, governo, e un arte di godere, pazientemente decantata dalle impregnazioni della morte. 

BANDITO SENZA TEMPO The Gang

Un tempo fu un bandito 
bandito senza tempo 
uccise un presidente 
ne ferì altri cento 
Forse fu a vent'anni 
o forse due di meno 
era con Gaetano Bresci 
sopra una nave lungo il Tirreno. 
Giocarono a tresette 
tresette con il morto 
il terzo era un gendarme 
il quarto un re dal fiato corto 
un tempo fu a Milano 
dove si va a lavorare 
c'erano tante bande 
quante banche da rapinare. 
Forse fu per caso 
che con Pietro Cavallero 
fece la comparsa 
in un film in bianco e nero. 
Gli diedero fucili 
e pistole di terza mano 
un passaporto falso 
per fuggire via lontano. 
Un tempo per paura 
forse per coraggio 
si fece catturare 
alla catena di montaggio 
Quel tempo chi lo ricorda 
lo Stato aveva mal di cuore 
così a Renato Curcio 
chiese in prestito nuove parole. 
Con quelle partì all'assalto 
di nuovi mulini a vento 
incontrò anche un sorriso 
lungo la strada che porta a Trento. 
Un tempo questo tempo 
con un'arma un po' speciale 
una Magnum Les Paul 
spara canzoni che fanno male. 
Ora ha una nuova banda 
e un fazzoletto rosso e nero 
quando attacca "I fought the law" 
fa saltare il mondo intero. 
ma un tempo fu un bandito 
bandito senza tempo 
veniva con la pioggia 
e se ne andava via col vento....

La distruzione della civilizzazione di WOLFI LANDSTREICHER

La distruzione della civilizzazione - quella rete di istituzioni, sistemi e strutture comprendente lo Stato, l'economia, la tecnologia, la religione, la famiglia e ogni forma di dominio e di controllo - e il rovesciamento dell'addomesticamento sono obiettivi rivoluzionari, linee guida verso un modo di vivere insurrezionale contro il presente. Non si tratta solo di negare l'esistente, c'è una visione positiva dietro tali negazioni. Si può esprimere il concetto con i  termini di  "wildness" (stato selvaggio). Ma lo stato selvaggio - specialmente come meta da raggiungere da parte degli individui in rivolta contro addomesticamento e civilizzazione - è una qualità incognita. Come anarchici riteniamo che non ci possano essere degli esperti in selvatichezza umana, nessun leader che ci possa condurre in quei luoghi. Lo stato selvaggio per molti di noi è un concetto, un'idea, che può certamente ispirare la rivolta; ma non ci sono indicazioni, linee da seguire, unicamente delle domande degli interrogativi, che questa idea solleva. La nostra analisi su tale questione dello stato selvaggio può, naturalmente, includere l'esame di ciò che sappiamo delle popolazioni non civilizzate e di come vivevano, ma questo è utile solo se abbiamo l'onestà, l'integrità di riconoscere che tutta questa conoscenza è comunque stata filtrata dalle lenti civilizzate di scienze come l'antropologia, l'archeologia, la paleontologia. Dobbiamo evitare l'illusione di poter imitare o "ritornare" ai modi di vita di quegli individui, sarebbe l'imitazione di un'immagine statica così come viene presentata dal nostro punto di vista civilizzato, piuttosto che il rivivere la dinamica dei rapporti reali tra la natura e la loro società. La cosa più importante da apprendere dall'esame degli studi antropologici dei popoli non-civilizzati è che costoro in ogni caso sono stati capaci di vivere, e vivere bene, in una varietà di modi diversi senza tutti i presunti vantaggi forniti dall'insieme dei sistemi sociali e tecnologici compresi in ciò che noi chiamiamo civilizzazione. Troppo spesso la retorica degli anarchici anticivilizzazione è farcita di ascetismo e di una morale del sacrificio, la rivolta contro la civilizzazione deve essere precisamente una rivolta contro l'ascetismo imposto dalle istituzioni della civilizzazione, una rivolta contro l'incanalamento del desiderio nella produzione, nel consumo e nella riproduzione sociale. Occorre esplorare che cosa possa significare "diventare selvaggi" come pratica insurrezionale nel presente.
L'apparente mancanza di una natura specificamente umana è ciò che ha permesso agli esseri umani di essere addomesticati, di diventare degli esseri civilizzati, ma apre anche la possibilità di rivolta contro tale condizione,una rivolta che potrebbe distruggere questa condizione e trasformarci in qualcosa di nuovo - poiché le esperienze che abbiamo avuto come esseri civilizzati non spariranno semplicemente, ma influiranno su ciò che diventiamo. Perciò uno "stato selvaggio" post-civilizzazione non potrebbe essere un ritorno ad una condizione precivilizzata, ma un'esplorazione di nuovi modi di relazione con il mondo attorno a noi, libero dai limiti imposti dalle istituzioni comprese nella civilizzazione. Il suo pieno significato sarebbe compreso solo nel momento della sua creazione e cambierebbe di momento in momento attraverso i processi di interazione che determineranno il percorso di creazione. Lo stato selvaggio (wildness) non è la risposta all'insorgenza contro la totalità della civilizzazione, non è la soluzione definitiva alla quale un giorno arriveremo, ma piuttosto una questione, una tensione con cui lottare ogni giorno. La pratica dello stato selvaggio deve essere una sperimentazione perpetua che incorpora la creazione volontaria di ogni momento della propria vita e il rifiuto volontario, attraverso l'azione distruttiva, del dominio in ogni sua forma - e cioè dell'addomesticamento e della civilizzazione come la conosciamo noi. Tale sperimentazione ci trasformerà e trasformerà i nostri modi di interagire con il mondo.

giovedì 19 dicembre 2013

Nei tempi di errori e di giudizi

Non c'è movimento rivoluzionario che non porti in sè la volontà di un cambiamento totale, non ce n'è alcuno fino ad oggi che non abbia fatto la sua vittoria di un cambiamento di dettaglio. Dal momento in cui il popolo in armi rinuncia alla sua volontà per seguire quella dei suoi consiglieri, perde l'impiego della sua libertà e incorona, con l'ambiguo titolo di dirigenti rivoluzionari, i suoi oppressori di domani. In ciò consiste, in qualche sorta, l'astuzia del potere parcellare: esso genera delle rivoluzioni parcellari, scisse dal rovesciamento di prospettiva, separate dalla totalità; paradossalmente dissociate dal proletariato che le fa. Come protrebbe la totalità delle libertà rivendicate accontentarsi di qualche briciola delle libertà conquistate senza fare subito le spese di un regime totalitario? Si è creduto di vedervi una maledizione: la rivoluzione che divora i suoi figli: come se la sconfitta di Makhno, l'annientamento di Kronstadt, l'assassinio di Durruti non fossero già stati implicati dalla struttura dei nuclei bolscevichi iniziali, forse anche dai modi autoritari di Marx nella Prima Internazionale. Necessità storica e ragione di stato non sono che necessità e ragione dei dirigenti chiamati ad avallare il loro abbandono del progetto rivoluzionario, il loro abbandono della radicalità.
La nuova ondata insurrezionale riunisce oggi dei giovani che si sono tenuti lontani dalla politica specializzata, che sia di sinistra o di destra, o che vi sono passati rapidamente, il tempo di un errore di giudizio o di un'ignoranza scusabili. Nel maremoto nichilista, tutti i fiumi si confondono. Ciò che importa è solo l'al di là di questa confusione. La rivoluzione della vita quotidiana sarà la rivoluzione di quelli che, ritrovando con maggiore o minore facilità i germi di realizzazione totale conservati, contrastati, nascosti nelle ideologie di ogni genere, avranno per ciò stesso cessato di essere mistificati e mistificatori.

GUAI A CHI SMETTE GUAI A CHI CONTINUA

Partiamo dalla nostra vita: guardiamo al passato, facciamo un bilancio. È una storia, la nostra, che si è scritta per anni dentro le case collettive, i circoli, i luoghi di collettivizzazione che sempre si definivano come strutture di consumo di una ricchezza che veniva prodotta altrove. Abbiamo rimosso la durezza e la smisuratezza della necessità di produrre i beni necessari a riprodurre la vita. È stata la peste dell’irrazionalismo e dell’immediatismo. L’esproprio, forma di appropriazione di ricchezza si rivela poi miseria incapace di risolvere la contraddittorietà della merce: quella di essere vita cristallizzata, dunque cosa maledetta. Oggi la massa di tempo-di-vita lavorativo è là, un inconscio che appesta la nostra esistenza, che maledice i giorni e le notti delle nostre case, che riduce la collettivizzazione a marginalità subita. 
I migliori di noi sono quelli che questa massa di rimosso ha sommerso nella follia o nel carcere o nel suicidio o nell’eroina.
Guai a chi continua. Guai a chi smette.
Dobbiamo saperci liberare dall’irrazionalismo che abbiamo prodotto, dare forma produttiva al rifiuto del lavoro, scoprire il rigore e l’esattezza nei modi di riproduzione, nei rapporti interpersonali. Le case collettive sono state luoghi di appropriazione e di consuno di una ricchezza che continua ad essere merce. L’illegalità di massa, la devianza sono state possibilità di sopravvivenza ma hanno bruciato autonomia, creando una figura del movimento come puro consumo, dunque una figura sempre dipendente da un altro spazio, esterno al movimento, dallo spazio della ripetizione del modo di produzione capitalistico. È stato irresponsabile far del trionfalismo su tutto questo. Occorre oggi costruire una socialità che si misuri sul problema fondamentale: la possibilità della produzione senza lavoro. La possibilità, dunque, della liberazione della vita. Porre questo problema come proposta di una forma di esistenza cioè di organizzazione per tutta una fase forse vuol dire che il movimento deve assumere forma di un luogo di sperimentazione; la scrittura collettiva forma di simulazione di ordigni linguistici capaci di funzionare come prefigurazione e paradigma di altri sistemi semiotici produttivi di valori d’uso in cui lavoro umano sia soppresso.
Porre questo problema come proposta non vuol certo dire preparare ricette per la trattoria dell’avvenire, parlare di transizione, pensare che la liberazione debba attendere la trasformazione di tutta la società (quando al contrario solo la pratica di liberazione può innescare un processo intensivo di trasformazione).

Ma anzi, occorre liquidare l’idea della transizione, quest’ultimo baluardo della tradizione ideologica socialista, anche sul terreno della produzione. Chi ha detto che il capitalismo debba finire perché il comunismo possa vivere? Questo oggi lo diciamo avendo d’occhio anche il problema della produzione del necessario, all’interno di forme di socialità che escano dalla dominanza del modo di produzione fondato sul lavoro e sul sacrificio.

(A/traverso maggio 1978 nuova serie numero due. Bologna) 

VIOLENZA RIVOLUZIONARIA

Mentre la maggior parte di noi tenta di ottenere un'esistenza pacifica e armoniosa con i propri simili e con il resto delle vite, è importante riconoscere il contesto all'interno del quale noi viviamo attualmente. La maggior parte della popolazione mondiale vive in condizioni deplorevoli, non perché non è diventata civilizzata o modernizzata, ma perché è obbligata ad essere la manodopera del cosiddetto potere del primo mondo. Alcuni di noi vivono nel primo mondo soffrendone, con estrema alienazione, deterioramento fisico, distorsione psicologica, e vuoto spirituale, non ci sono dubbi che siamo tutti diretti in un percorso unidirezionale verso la sorte avversa. Inutile dire che ci troviamo indubitabilmente sull'orlo del collasso ecologico. Sapendo questo, è importante per noi prendere in mano la situazione e agire ora... poiché sappiamo che il tempo a disposizione è poco!
Nell'essere anarchici si è automaticamente rivoluzionari, o comunque atti a promuovere l'insurrezione a scopo di liberazione. Questo può avvenire in diverse forme, ma la riforma dei sistemi di dominazione non sono punti di vista anarchici. Mentre molte azioni anarchiche possono essere considerate non violente, non esiste limite da porre alla nostra resistenza. Come anarchici, dobbiamo rifiutare i limiti ideologici e filosofici mentre scegliamo come resistere. L'interazione fisica con l’autorità necessita di andare oltre la passività e i simboli. Infatti, molti anarchici adottano la violenza rivoluzionaria come reazione naturale e necessaria all'oppressione. Se noi guardiamo ovunque nel mondo naturale, osserviamo che l'auto-difesa fa parte dell’istinto umano. È importante mettere in discussione le limitazioni ideologiche che provengono da luoghi di estremo privilegio. Molte persone della Terra non hanno la possibilità di decidere quale sia la risposta più giusta alla dominazione, e spesso devono scegliere fra la vita e la morte. Non è questione di riflessione personale o di perfezionismo ideologico; è agire o morire. Questo non significa che tutto deve essere collegato alla resistenza violenta, ma piuttosto, sapendo che esiste, ammettere che è giustificata (in molte situazioni), e che non deve essere condannata. La violenza rivoluzionaria, nelle sue varie forme, è una risposta necessaria alla violenza istituzionale del sistema, ed è necessaria per la continuazione di tutte le forme di vita. Sì, noi dobbiamo guarire le ferite causate da questo pessimo viaggio che chiamiamo civilizzazione, ma il processo di guarigione può andare avanti soltanto se siamo capaci di fermare l'inflizione di queste ferite da parte degli oppressori. Perché siamo tutti sotto il tiro di un'arma e, dobbiamo rispondere con l'autodifesa e per la liberazione.

giovedì 12 dicembre 2013

L' apocalisse che non verrà

Tanto han gridato all'apocalisse che essa non verrà. E anche se venisse, del resto, ci vorrebbe del bello e del buono a distinguerla dalla sorte quotidiana riservata all'individuo come alla comunità.
Si può immaginare una danza macabra più a sinistra della guerra, della tortura, della tirannia, dell'incidente, della malattia, della noia, dei piaceri colpevoli e di questo godimento che si accanisce di più a tormentarsi che a dispiegarsi? La sopravvivenza non è forse ritagliata nella materia stessa dell'apocalisse?
La caduta dell'impero della merce non produrrà niente di più lamentevole della caduta nella disumanità che segna i suoi esordi. Ciò che è alla fine è anche all'inizio.
Una rovina nè nasconde un'altra: dietro il crollo del capitalismo monopolistico e di Stato viene meno l'intera civiltà mercantile, secondo un naufragio programmato da lunga data.
Le favole arcaiche che profetizzavano la morte degli dei in un annientamento universale si ricongiungono oggi nel pantheon della vita assente con l'Aurora nucleare, il macello della Gran Sera e della Notte mortifera in cui l'amarezza gira in tondo.
La fine dell'impero dell'economico non è la fine del mondo, ma la fine del suo dominio totalitario sul mondo. Tutti sanno, tuttavia, che una tirannia defunta continua ad uccidere. Non la gioia di vivere nè l'esuberanza creativa, bensì la paura è la risposta all'evidenza di una mutazione benefica. Una paura così intensa che l'economia moribonda vi scova ancora di che rifornire un mercato, il mercato dell'insicurezza, in cui il consumatore, ricondotto alla sua vera natura di minorato e di vegliardo, medica una muscolosa protezione per percorrere freneticamente i circuiti obbligati dell'edonismo consumabile.
Per la maggior parte delle persone esiste un solo terrore da cui tutti gli altri provengono, ed è quello di perdere l'ultima menzogna che li separa da se stessi, di dover creare la propria vita.

IL GIUDICE DISTRETTUALE di Edgar Lee Masters

Notate, viandanti, le profonde erosioni
che il vento e la pioggia mi hanno impresso sulla lapide –
come se una Nemesi o un odio intangibili
mi segnassero contro dei punti,
per distruggere, non per salvare, la mia memoria.
Ero in vita il Giudice distrettuale, uno che incideva tacche,
decidendo i casi sui punti che gli avvocati segnavano,
e non sulla giustizia del fatto.
O vento, o pioggia, lasciate in pace la mia lapide!
Perché peggio dell’ira di chi ha subito il torto,
peggio delle maledizioni dei poveri,
fu il giacermene senza parola, e vedere ben chiaro
che anche Hod Putt l’assassino,
impiccato per mia sentenza,
era, in confronto a me, un innocente. 

L’invenzione dell’ecologia

La parola ecologia compare nel 1806 con Haeckel, in tedesco, e nel 1874 in francese, mentre bisognerà aspettare il 1964 per il termine ecologista. Nel XIX secolo, il termine indica la disciplina che studia i rapporti tra gli essere viventi e i loro ambienti.
Charles Fourier (1772-1837) mette in relazione il modo di produzione industriale e la cattiva qualità degli alimenti, dei prodotti, dei cibi, delle bevande. Nel Nuovo Mondo industriale e societario, Fourier disserta sui cattivi alimenti che, presenti in grande quantità sulla tavola dei poveri, costituiscono dei veri e propri “veleni a lenta azione”. I cibi naturali sono scomparsi, distrutti dalla produzione delirante nel falso regime di Civiltà, in altre parole, un regime di produzione liberale. A causa del libero mercato, della tirannia degli intermediari, della passione per il lucro dei commercianti, non si trova più nulla di buono: vino, olio, latte, carne, verdure, acquavite, zucchero, caffè, farina, tutto è formattato dal mercato, per il mercato.
L’organizzazione capitalistica ha distrutto la qualità di ciò che gli uomini ingeriscono: ad esempio i vermicelli sono ridotti a “colla rancida” messa a punto affinché la massaia possa guadagnare tempo con pietanze facili da preparare, a buon mercato, ma immangiabili; le carni “rancide e infette” perché l’allevatore accelera le fasi di crescita dell’animale per immetterlo prima sul mercato e ricavarne un profitto più rapido; i pascoli inquinati dal letame che trasmette un sapore schifoso ai cibi ottenuti mediante l’erba e la terra; i vini adulterati con prodotti chimici; i raccolti, effettuati anzitempo, che immettono sul mercato frutta e verdura non ancora matura, immangiabile.
Fourier mette in relazione la qualità degli alimenti e la salute della popolazione. Ad esempio la sterilità, maggiore presso coloro che vivono in città e si nutrono di prodotti cattivi che non in quelli che vivono in campagna, ancora relativamente preservati da questa corsa ai prodotti infettati da parte del capitalismo produttivista moderno. Intuizione, dunque, dell’intossicazione, delle malattie, dei danni alla salute della popolazione causati dai cibi adulterati messi in circolazione da mercanti ossessionati dall’accrescimento dei propri benefici.
Solo i ricchi possono comprare prodotti di qualità, più rari e quindi più costosi e alla portata delle loro borse. I poveri, invece, muoiono di fame perché non hanno nulla da mangiare, o perché il poco che mangiano è adulterato, corrotto o rovinato dalla chimica, dal produttivismo esagerato e dalla corsa al guadagno.
La Civiltà distrugge il pianeta, Fourier parla esplicitamente del “deterioramento materiale del pianeta” ed elenca i sintomi: la temperatura si vizia rapidamente; gli eccessi climatici divengono abituali; alcune regioni vedono scomparire le loro colture ancestrali; la scomparsa delle mezze stagioni; la fine delle foreste; l’inaridimento delle sorgenti; lo scatenarsi degli uragani.
Chi si sognerebbe di affermare che si tratta di un bilancio dell’inizio del XIX secolo?

giovedì 5 dicembre 2013

COME POLLI IN BATTERIA

Il fine del processo di civilizzazione è quello di far perdere ad ogni individuo la capacità di saper disporre di se stesso. Oggi siamo tutti progressivamente privati delle nostre capacità di genere e messi di continuo alla mercé di una macchina o delle decisioni di uno specialista. In questo modo stiamo man mano perdendo l’utilizzo di funzioni vitali. Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito abbiamo perso l’uso dei piedi. Se ci togliamo le scarpe non siamo più in grado di muoverci … Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo incivilito non siamo più in grado di provvedere autonomamente alla nostra sussistenza: non riusciamo più a riconoscere una pozza d’acqua potabile da una inquinata; non riusciamo più a distinguere un fungo velenoso da uno commestibile; non siamo più in grado di proteggerci dal freddo, di difenderci da soli, di riconoscere bacche, radici e altri vegetali indispensabili al nostro nutrimento … Siamo insomma diventati dei disabili. Nel mondo incivilito siamo come dei polli in batteria: se si interrompe il flusso di mangime lo scenario è il collasso. E tanto più diventeremo dipendenti dal flusso di mangime, quanto più saremo costretti ad accettare le decisioni, le regole, gli abusi e le restrizioni di chi controlla e gestisce questo flusso. In altre parole tanto più diventeremo dipendenti dai ritrovati della tecnologia, dai diktat dell’economia, dalle astrazioni simboliche della cultura, dai processi controllati dalla Paura politica e dai principi strangolanti del Dominio, quanto più ci allontaneremo dalla capacità anche solo di immaginarlo un mondo diverso …  A forza di artificializzarci silenziosamente, di separarci con leggerezza dalla vita vissuta, di recitare la parte dei polli in batteria subordinando la realtà reale a quella virtuale, arriveremo a perdere anche solo la capacità di immaginarlo un mondo naturale nel quale tornare a vivere.
Quello che dobbiamo sempre ricordare che un’esistenza senza catene è la sola condizione compatibile con la vita umana e della Terra; la sola condizione in cui poter godere di un’esistenza libera e gratificante insieme e non contro gli altri.    

SENZA TETTO NÈ LEGGE di Agnès Varda

“Una ragazza vagabonda muore di freddo: è un fatto da inverno.
È stata una morte naturale? È una domanda da gendarmi.
Cosa si poteva afferrare di lei e come hanno reagito quelli che hanno incrociato il suo cammino? È il soggetto del mio film.”  (Agnès Varda) 
Ed ecco dunque a ritroso, la cronaca delle ultime settimane della diciottenne Monà, che stufa di fare la segretaria ha preso zaino e tenda e ha deciso di infischiarsene di tutto e di tutti andando vagabonda, in giubbotto di cuoio, per il Sud della Francia. Credendo nel mito della libertà assoluta, Monà si è trascinata da un luogo all’altro, ha mangiato la minestra delle suore, ha venduto un po’ del proprio sangue per comprarsi uno spinello. Senza documenti, affidandosi all’autostop, ha retto i morsi della fame e i rigori dell’inverno con l’insolenza e i lavoretti provvisori. Eccola lavare le macchine in un’officina e darsi senza emozioni al padrone, eccola ospite di un drogato, eccola ubriacare una vecchia per far dispetto ai nipoti, eccola ascoltare una predica d’un filosofo fattosi pastore. Monà prova a coltivare patate e vendere formaggi, ma preferisce rubacchiare, ascoltare canzoni e stare lontana dall’acqua e sapone. Nemmeno quando una botanica un po’ snob, divertita dai suoi modi selvaggi, le dà una mano, Monà non mette radici. Scappa nel bosco, dove è aggredita da pari suoi, e finisce in casa d’un operaio tunisino che le insegna a potare i vigneti. Ma per poco, perché gli stagionali marocchini la cacciano. E allora torna con i drogati, fin quando dei contadini mascherati rischiano di bruciarla durante una festa della vendemmia. Monà, stremata, si rimette in cammino per i sentieri della campagna, sempre più faticosamente, finché non cade in un fosso ai bordi di un campo si rannicchia, si addormenta e muore assiderata nella notte. 
Agnès Varda non spiega, mostra; non cerca lo spettacolo né si sofferma sui luoghi comuni della narrazione, è essenziale. Il suo personaggio, pieno di rabbia, non è raffinato né si salva, ma è tratteggiato nella sua dura nudità. Quello tra realtà e finzione è un equilibrio difficile che la regista affronta con uno sguardo “doppio” sulla realtà, tenero e crudele assieme, distaccato e partecipe, lucido e sensibile; uno sguardo mai indifferente, uno sguardo “politico”, calato nella realtà, in particolare quella delle donne e dell’emarginazione più in generale, uno sguardo anche provocatorio, a tratti scomodo, di accusa.

Lo spazio di Monà non è quello del margine né della contestazione né della rivolta. Monà costituisce il rifiuto radicale del mondo, è il rifiuto sociale e del naturale, la negazione totale di ogni metafisica e di ogni legge, l’intollerabilità di ogni compromesso. Diceva Agnès Varda di avere voluto stimolare, con questo film, una riflessione sull’idea di libertà: quella di Monà allora si configura come la ricerca della libertà assoluta, senza confini e senza padroni. Ma questa libertà coincide con l’idea della morte, poiché la stessa idea di esistenza presuppone il compromesso.



Immaginare reti di solidarietà, gratuità e reciprocità

Il debito è promessa di lavoro futuro, è sottoporsi alla certezza che domani dovrai lavorare di più per produrre di più. Insieme all’ideologia del lavoro è il principale meccanismo di asservimento a disposizione del sistema.
Il neoliberismo ancorché sconfitto dai fatti che sconfessano fede nei mercati e deregulation, continua a replicarsi, perché è principalemente un’ideologia politica che s’ammanta della retorica dell’efficienza economica. Il neoliberismo vuole escludere ogni alternativa al capitalismo, per dimostrare che è l’unico sistema possiibile. La crisi è la dimostrazione della sua insostenibilità economica.
Si esce da questa crisi con un controllo democratico sull’emissione di moneta. Oggi le banche centrali sono isolate ad arte dalla democrazia. Sono la roccaforte dell’1%, di quei banchieri internazionali che non hanno rispettato le regole e giocato d’azzardo precipitando tutti. Risultato: ai banchieri vanno triliardi, al 99% tagli e austerità. Paghiamo per chi si è già enormemente arricchito sulle nostre spalle negli ultimi trent’anni, da quando la moneta è diventata circolazione del debito.
Il movimento Occupy è un ritorno alla democrazia reale, radicale, diretta. Il sistema delle lobby ha legalizzato la corruzione ed espropriato le nazioni della democrazia. Occupy si è radicato in città grandi e piccole focalizzandosi su questioni di solidarietà e sopravvivenza concrete.
Vogliono farci credere che l’unica alternativa al fallimento del neoliberismo sia la catastrofe. Vogliono impedirci di immaginare un’altro sistema oltre il capitalismo. Ma il nostra compito è proprio questo: immaginare e sperimentare reti di promesse e impegni economici che si reggano su principi di solidarietà, gratuità e reciprocità, invece che di disuguaglianza e dominazione.
Oggi ci vuole un grande giubileo del debito, l’esatto opposto di chi vorrebbe moralizzare la crisi, addossando ai popoli la responsabilità di decenni di politiche economiche redistributive verso l’alto.

giovedì 28 novembre 2013

MUJERES LIBRES (Donne libere)

Nel 1936 un gruppo di donne di Madrid e di Barcellona fondarono Mujeres Libres, organizzazione dedicata a liberare le donne dalla «schiavitù dell’ignoranza, schiavitù in quanto donne e schiavitù come lavoratrici». Anche se durò meno di tre anni (le loro attività vennero bruscamente interrotte dalla vittoria delle forze franchiste nel febbraio del 1939), Mujeres Libres mobilitò più di 20.000 donne e sviluppò un vasto programma di attività, finalizzate a sviluppare la capacità di azione individuale ed allo stesso tempo a costruire un senso di appartenenza comunitaria. Mujeres Libres riteneva che il pieno sviluppo dell’individualità delle donne dipendesse dalla crescita di un forte sentimento di unione con gli altri. 
Azucena Fernández era nata a Cuba nel 1916, figlia di genitori spagnoli esiliati che rientrando in Spagna dall’esilio nel 1920 la portarono con loro. Azucena ed i suoi sei fratelli e sorelle si erano «nutriti di anarchia…, con il latte di nostra madre». Enriqueta Fernández nata a Cuba, nel 1915. Nella loro casa era usuale vedere militanti anarchici entrare ed uscire quotidianamente e «l’ideale» era una componente normale della conversazione. 
Enriqueta, Azucena ed i loro fratelli e sorelle impararono in fretta che essere parte di una comunità significava essere disposte a prendersi cura degli altri e a dedicare anima e corpo ad una causa comune. La partecipazione dei bambini ai gruppi ed alle attività organizzate dal movimento libertario approfondì l’impegno e lo convertì in un punto importante delle loro vite. La comunità dava loro la forza per affrontare sia le derisioni dei loro vicini che lo scetticismo dei loro stessi genitori sull’opportunità di far andare le ragazze in giro con i ragazzi.
A quei tempi eravamo le puttane, le pazze, perché guardavamo avanti. Ricordo la morte di mio padre, che per me fu molto dolorosa…. Mia madre mi disse: «Piccola, papà non voleva fiori, ma sono io che voglio per lui un mazzo di rose. Portane anche solo una dozzina, per tuo padre.» Andai dalla fioraia e questa mi disse: «Tuo padre è morto e tu vieni qua?» «Che cosa c’entra il mio dolore con il fatto che sono venuta qui? – le dissi – Credi che non provo del dolore per la morte di mio padre?» «Ma non dovresti esserci tu qui, piccola. Avrebbe dovuto venire Juan a cercare i fiori. E poi non porti il lutto.» «No – le risposi – il dolore lo porto dentro, non lo indosso». 
Pepita Carpena,  era nata a Barcellona verso la fine del 1919. Venne per la prima volta a contatto con «l’idea» nel 1933 grazie ad alcuni sindacalisti anarchici che assistevano alle riunioni dei giovani nella speranza di mettersi in contatto con possibili nuovi membri. 
I compagni della CNT, per fare propaganda, dato che la gente non andava ai sindacati perché era un’epoca di clandestinità, andavano ai balli e dicevano agli uomini, mai alle ragazze: «Dove lavorate? Sapete che c’è un sindacato?» Questi compagni, membri della CNT, dicevano anche: «Il tal giorno c’è un’assemblea». E siccome mi sono sempre trovata meglio con gli uomini che con le donne, andai con loro. E fu lì dove iniziai a capire che cosa era la CNT.
 L’organizzazione anarchica Mujeres Libres e le comuniste dissidenti riconoscevano la specificità dell’oppressione femminile e la necessità di una lotta autonoma per superarla. Le organizzazioni femminili tracciarono il cammino verso l’emancipazione delle donne, attraverso l’educazione, la partecipazione politica, il diritto al lavoro, e il riconoscimento del loro valore sociale. Una delle priorità delle organizzazioni femminili fu quello di risolvere il dilemma della prostituzione e dei rapporti personali, e di conseguenza elaborarono una riforma sessuale che prevedeva l’aborto, il divorzio, e l’assistenza medica sanitaria gratuita. Nella rivoluzione spagnola venne affrontato un nodo centrale della modernità: l’emancipazione o/e la liberazione delle donne è un mezzo per raggiungere l’emancipazione generale dell’essere umano

IN THE CAGE Genesis

Ho il sole che splende nella pancia
Come ho appena scosso il mio piccolo dal sonno
Ho il sole che splende nella pancia
Ma non riesco a trattenermi dal crollare nel sonno
Dormire, dormire profondamente 
La parete rocciosa si muove e preme la mia pelle
Liquidi bianchi diventano acidi
Si trasformano veloci - diventano acidi
Si trasformano sudando - diventano acidi
Devo dire a me stesso che non sono qui
Sto annegando in un liquido di paura
Imbottigliato ad altissima pressione
La mia distorsione dimostra l'ossessione
Nella caverna
Portami fuori da questa caverna
Se trovo l'autocontrollo
Sarò salvo
E le convinzioni dell'infanzia
Portano un momentaneo sollievo
Ma il mio cinismo torna presto
E la barca della vita brucia
Il mio spirito non impara mai 
Stalattiti, stalagmiti
Mi intrappolano, guardami per bene
Le labbra sono secche, la gola asciutta
Sembra che bruci, lo stomaco sta bollendo
Sono vestito con un costume bianco
In questa stanza imbottita
Corpo che si allunga e si sente miserevole 
Nella gabbia
Portami fuori dalla gabbia 
Nel bagliore di una luce
Ho uno strano tipo di visione
Di gabbie unite per formare una stella
Ciascuna persona non può andare molto lontano
Tutti legati alle loro cose
Se ne stanno uniti alle loro corde
Liberi di fluttuare nei ricordi delle loro ali spezzate 
Fuori dalla gabbia vedo mio fratello John
Volta la sua testa molto lentamente
Io grido Aiuto! prima che lui se ne possa andare
E lui mi guarda zitto 
E io grido John ti prego aiutami!
Ma sembra non voler nemmeno provare a parlare
Sono indifeso nel mio raggio violento
E una lacrima di sangue silenziosa scende sulla sua guancia
E lo guardo tornare a voltarsi e andarsene dalla gabbia
La mia piccola via di fuga 
In trappola, sento una cinghia 
Che mi stringe ancora, stringe per uccidere
Le speranze che io possa farcela diminuiscono
Nella camicia di forza imbottita.
Come alla 22° strada
E loro prendono il mio collo e i miei piedi
La pressione cresce, non ce la faccio più
Il mio mal di testa tambura e sento un rombare violento nelle orecchie 
In questo dolore
Portami fuori da questo dolore 
Se potessi passare allo stato liquido
Potrei riempire le fessure nella roccia
Ma so che sono troppo solido
E io sono la mia stella della sfortuna
Fuori John scompare e si dissolve la mia gabbia
E senza nessuna ragione il mio corpo si scioglie 
Prendo a girare
Avvitandomi
Giù, giù, giù.

LA DISTRUZIONE DEI LEGAMI COMUNITARI

L'ecologia sociale cerca di definire il posto dell'umanità nella natura - posto singolare, posto straordinario -.
L'umanità e parte della natura, anche se differisce profondamente dalla vita "non umana" per la capacità che ha di pensare concettualmente e di comunicare simbolicamente. La natura è l'insieme dell'evoluzione  nella sua totalità. Proprio come l'individuo è la sua intera biografia, non una semplice somma di dati numerici che misurano il suo peso, la sua altezza e magari anche la sua "intelligenza". 
Quello che fa veramente unici e singolari gli esseri umani  nello schema ecologico delle cose è che essi possono intervenire in natura con un un grado di auto coscienza e di flessibilità sconosciuto a tutte le altre specie.
Parlare di umanità in termini zoologici come fanno tanti "ecologisti" e dunque trattare la gente come una mera specie e non come un insieme di esseri sociali  che lungi dal vivere in una landa selvaggia, vivono in complesse creazioni istituzionali, è una ingenua assurdità.
Un umanità "illuminata" consapevole finalmente delle sue potenzialità in una società ecologicamente armoniosa è solo una speranza, non certo una realtà esistente. Non riuscire a vedere  che il problema di attingere la nostra piena umanità è un problema sociale che dipende da fondamentali mutamenti istituzionali e culturali significa ridurre l'ecologia radicale a zoologia e rendere chimerico qualsiasi tentativo di realizzare una società ecologica.
Non crediamo che si possano conseguire grandi trasformazioni  sociali tramite l'apparato statale, vale dire in un sistema parlamentare, magari sostituendo un partito ad un altro, per quanto questo possa apparire particolarmente illuminato. Il parlamentarismo invariabilmente mina la partecipazione popolare alla politica. Una nuova politica dovrebbe implicare la creazione di una sfera pubblica di base  assolutamente partecipativa, a livello di città, di paese, di villaggio, di quartiere. Il capitalismo ha certamente prodotto una distruzione dei legami comunitari  così come ha prodotto la devastazione del mondo naturale, ci troviamo di fronte alla semplificazione delle relazioni umane e non umane, alla loro riduzione alle più elementari forme interattive. Ma laddove esistono ancora legami comunitari, e laddove, anche nelle più grandi città, possono nascere interessi comuni, questi devono essere coltivati e sviluppati.
L'ecologia non è nulla  se non si occupa del modo in cui le forme di vita interagiscono tra loro per costruire comunità e per evolversi come comunità.


 

giovedì 21 novembre 2013

IL CAPITALE CHE SI FA UOMO

Giustamente i chirurghi estetisti dell’economia europea o mondiale si preoccupano di rifare la faccia alla qualità della vita. Essi hanno ancora bisogno di far credere che la sopravvivenza promossa a vita sia il controvalore sostanziale del lavoro come sacrificio necessario, occultando il più a lungo possibile la patente verità della vita come lavoro. Tanto meno orribile sarà la vita, tanto più ogni suo co-produttore vi si investirà per valorizzarsi, tanto più dunque il capitale dal volto umano realizzerà in ciascuno il suo valore. Ma come l’orrore del canceroso non può nascondersi, quando la neoplasia sta necrotizzandolo, così il volto necrotico del capitale non può che rispecchiarsi nell’orrore della vita di ciascuno. Tra la propaganda della vita che ne è la maschera, e i tratti inconfondibili della morte che ne è la realtà in processo, il capitale vede con suo orrore incunearsi il futuro.
Sfondando il muro di una soggettività già carcerata dalla storia, l’economia politica trabocca all’interno di ogni essere; rapidamente livella ogni vuoto, semplicemente occultandolo. Nel momento in cui l’identico si riproduce omogeneamente al di là come al di qua della soggettività trapassata, essa perde i tratti del carcere che è sempre stata, e assume i tratti dell’azienda produttrice. Ogni azienda produttrice è una zecca, da quando il denaro si è transustanziato in credito, e il capitale fittizio valorizza sul buon nome dell’impresa. Ogni azienda stampa il suo denaro inesistente, se leggi in trasparenza, al di là della facciata, le somme rosse del suo castelletto di sconto. Così in ciascuno il capitale realizza un imprenditore di sé: fondando ogni personalità come azienda, immettendola nella circolazione apoplettica del credito, dove a circolare è la generalità del non-avere. Il capitale che si fa uomo, fa di ogni uomo il capitale, di ogni vita l’impresa del valore, di ogni persona un’azienda in debito permanente del suo senso, creditrice permanente del non-senso generalizzato. 

In quanto anarchica...

Premetto che in quanto anarchica non riconosco come mio interlocutore l’apparato giudiziario, organo dello stato la cui unica funzione consiste nell’essenziale protezione delle classi sociali privilegiate e nella difesa della proprietà privata. Quindi, con la seguente dichiarazione, principalmente indirizzata all’esterno di questo edificio, colgo l’occasione per rivolgermi a tutti coloro che possiedono i requisiti per poter comprendere le mie parole. Desidero rivolgermi alle classi subalterne, a coloro che subiscono la condizione alienante di sfruttati e oppressi dall’avanzato e moderno sistema capitalista, sempre più spietato ed escludente. Premetto altresì che nulla ho da chiarire circa la mia condotta, le mie convinzioni e le mie scelte politiche, tanto meno intendo chiedere clemenza ai signori della corte. La natura squisitamente politica di questo procedimento penale impone una netta presa di posizione, alla luce soprattutto degli innumerevoli tentativi da parte della magistratura e della stampa di screditare e spoliticizzare davanti all’opinione pubblica gli imputati di questo processo. Soggetti che loro malgrado sono incappati negli ingranaggi della giustizia borghese e fatti figurare in certi casi come un branco di violenti teppisti, in altri come un’orda di barbari scesi nelle strade di Genova con il preciso intento di devastarla e saccheggiarla. No signori, intanto l’accusa di devastazione e saccheggio la rinvio direttamente al mittente poiché offensiva e poiché non fa parte del mio bagaglio storico politico. La classe sociale a cui appartengo è colma fino all’orlo di ingiustizie, soprusi e umiliazioni inflitte dai padroni. Ed è proprio nel santuario della democratica inquisizione dove viene sistematicamente perpetuata l’ingiustizia sociale, in cui tengo a precisare e ribadire la mia ferma opposizione ad ogni forma di dominio, all’ineguaglianza sociale, allo sfruttamento. E seppur cosciente che come nemica della vostra classe mi si infliggerà una pena severa poiché portatrice di principi malsani assolutamente in contrasto con l’ordine costituito, vi comunico che personalmente come lavoratrice salariata ho avuto modo di conoscere i veri devastatori e saccheggiatori. Risiedono nei palazzi di lusso o del potere, sono i padroni, i capi di stato, insomma tutta la classe dirigente di questo sistema infame. Un’esigua percentuale di individui su questa terra che in nome del profitto, del prestigio e del potere assoluto depredano e saccheggiano l’intero pianeta. Costringono alla fame ed alla povertà milioni di persone, sia nel sud del mondo che nell’Occidente, sfruttano gli operai sul posto di lavoro fino a renderli schiavi, di conseguenza sono i diretti responsabili delle morti bianche, un vero e proprio stillicidio. Seppelliscono nelle patrie galere tutti coloro i quali sono costretti a vivere ai margini di questa società opulenta. Combattono guerre siano esse umanitarie o di conquista poco importa, sterminando intere popolazioni, devastando interi paesi e saccheggiando le loro risorse. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Contro tutto ciò è necessario lottare, è necessario porre una strenua opposizione alla dittatura capitalista. Per quanto mi riguarda è stato questo il senso delle mobilitazioni di lotta antimperialista e anticapitalista a Genova nel 2001, non tanto perché lo ritenei un evento politico unico nella vita degli sfruttati determinato dalla presenza dei padroni della terra, dai quali elemosinare qualche briciola caduta dai loro sontuosi banchetti; lo feci in continuità con un percorso politico già intrapreso, animato dalla forte esigenza di trasformare radicalmente un modello sociale fondato sulla sopraffazione. Lo stesso motivo che mi spinge tuttora a partecipare a momenti di lotta costruiti dal basso, situazioni meno spettacolari e che meno interessano alle telecamere del potere mediatico, ma sicuramente autentici. A Genova nel 2001 con molta determinazione è stato riaffermato un principio fondamentale, attraverso la riappropriazione di uno spazio urbano negato e reso inaccessibile dall’imponente presenza militare per impedire ogni forma di disapprovazione ai rappresentanti del dominio. Nessuna sentenza potra’ riscrivere la storia di quei giorni. carlo continuera’ a vivere tutti i giorni nelle nostre lotte.

Dall’organizzazione della spontaneità alla spontaneità dell’organizzazione

“Quando mia moglie è triste rimango a casa” ha detto un operaio della Mirafiori a chi lo intervistava. Non ha detto quando i sindacati, le mie guide, i miei maestri decidono la mia vita, io rimango a casa.
Ed è da qui che noi vogliamo partire, poiché sappiamo che noi come proletari vogliamo vivere, vogliamo sbarazzarci del vecchio mondo e non distruggere per ritrovarci a vivere in un mondo ipotizzato dietro le scrivanie dei burocrati. Noi non abbiamo paura delle rovine, perché erediteremo il mondo. Questo non vuol dire che domani alzandoci distruggeremo o bruceremo il mondo borghese, anche se prima o poi lo faremo, per ora vuol dire che fra noi e la nostra vita non accetteremo quegli intermediari burocrati che a colpi di olivetti e riunioni vogliono insegnarci la rivoluzione.
Vuol dire che da queste pagine non diremo più che per cambiare la vita, il proletario deve vivere in lager colorati di rosso, o che per essere alternativi bisogna andare in giro con le preghiere di Mao in una tasca e l’acido della Sandoz nell’altra. Queste coglionerie le ha già rifiutate la storia: quando in Ungheria per essere comunisti bisognava essere stalinisti, in Polonia gomulkisti, il proletariato non ha fatto politica; ha distrutto la sede del partito e le fabbriche-carcere, ha preso in mano la propria esistenza e come tale l’ha gettata nelle piazze e nelle barricate.
Quello che vogliamo adesso non l’ho vogliamo solo noi; la nostra azione, le nostre idee, la voglia di distruggere il mondo di merda che ci sta attorno è sempre esistita, è un sogno nella mente di tutti i proletari, tentare di ammaestrarla è da carogne, trasformare l’altrui miseria in salvacondotto per l’impegno politico è la caratteristica degli sciacalli che vogliono farne la didattica della loro frustrazione.
Basta istituzionalizzare la rabbia, basta con l’identificare la gente del movimento con le cazzate dei suoi gestori individuali piccolo borghesi che confondono, come i bottegai dello spirito, la storia del proletariato con le idee dei loro ideologhi, la storia di chi ha sfruttato ha lavorato per 40 anni in fabbrica, non è la storia della diatriba fra maoisti e leninisti, fra vecchi e nuovi sciovinisti, la realizzazione del nostro futuro sta in noi stessi e non nelle parole dei burocrati della miseria.
Il nostro obiettivo non è quello di creare una società della festa ma quello di fare la festa alla società perché la rivoluzione proletaria o sarà una festa o non sarà nulla.
Vivere senza tempi morti gioire senza ostacoli.
Il collettivo di Re Nudo
(Re Nudo – dall’underground all’outground – n°18 marzo 73, n°1 nuova serie) 

giovedì 14 novembre 2013

La Critica Anti-Industriale

Affinché la critica anti-industriale possa riempire di contenuti le lotte sociali, deve nascere una cultura politica radicalmente diversa da quella che predomina oggi. E' una cultura del No. No a qualunque imperativo economico, no a qualsiasi decisione dello Stato. Non si tratta quindi di partecipare all'attuale gioco politico per contribuire in un modo o nell'altro ad amministrare lo stato presente delle cose. Si tratta piuttosto di ricostruire tra gli oppressi, al di fuori della politica ma all'interno del conflitto stesso, una comunità di interessi opposti a questo stato di cose. Per questo motivo, la molteplicità degli interessi locali deve condensarsi e rafforzarsi in un interesse generale, al fine di concretizzarsi in obiettivi precisi ed in alternative reali attraverso un dibattito pubblico. Una comunità siffatta deve essere egualitaria e guidata dalla volontà di vivere in un altro modo.
La politica anti-industriale si fonda sul principio dell'azione diretta e della rappresentanza collettiva, motivo per cui non deve riprodurre la separazione tra dirigenti e diretti che configura la società esistente. In questo ritorno al pubblico, l'economia deve ritornare alla domus, rivendicare quel che è stata, un'attività domestica.
Da un lato la comunità deve garantirsi contro qualsiasi potere separato, organizzandosi in maniera orrizontale attraveso strutture assembleari e controllando nel modo più diretto possibile i suoi delegati e rappresentanti, in modo che non si ricostituiscano gerarchie formali o informali. Dall'altro, deve interrompere la sottomissione alla razionalità mercantile e tecnologica. Non potrà mai controllare le condizioni della propria riproduzione inalterata se agisce altrimenti, ovvero se crede al mercato e alla tecnologia, se riconosce la seppur minima legittimità alle istituzioni del potere dominante o se adotta i suoi modi di funzionamento.

PUNK di Claudio Lussi

Senza ali
e senza più, ideali
la gioventù si oscura
e sfoga la sua rabbia
cingendo
di cemento
le sue gabbie

Aquile mutilate
che artigli caccian fuori
mentre le rauche voci
vorrebbero sfondare
il duro cemento dei contenitori

Graffiate di luce e di colore, 
le luride pareti, 
nascondono in parvenza
psichedelici odori
di realtà latenti
e suoni ossessionanti
al parossismo spinti
non trovan risonanza.
Così gli ardori spenti
in una poga a oltranza
effimera lotta
perde la baldanza
e più non paga
neanche la speranza


Potere e impotenza delle medicina


Avendo toccato il culmine dell'efficacia e dell'inefficacia, la medicina cade dalle cime della pretesa essenziale per raccogliersi in una realtà esistenziale: il rapporto morboso dell'individuo con se stesso.
Il XIX secolo aveva consacrato come scienza dell'uomo l'arte del medicastro, riconoscendo con ciò meno il progresso del sapere che un rialzo delle quote sul mercato delle materie umane.
Nelle epoche in cui un migliaio di persone non valevano un chiodo di una bara, la reputazione del medico non superava quella del barbiere, del ciarlatano e del boia. E' stato necessario che la morale sparagnina dello sviluppo capitalista considerasse l'essere umano con l'attenzione prestata a una moneta di piccolo taglio perchè il guaritore, fregiatosi di un gergo universitario, si elevasse allo status di tecnico in  efficacia laboriosa, diventando, su domanda di una industrializzazione accelerata, l'esperto del corpo al lavoro. Mentre il plusvalore strappato ai ghetti operai stipendia il progresso delle ricerche, appare chiaro che l'oggetto di elezione delle scienze più rispettabili è, in generale, la macchina e, in particolare, la meccanica dell'uomo che la prolunga così utilmente. 
Considerate la popolarità raggiunta della medicina quando la macchina produttiva si è sdoppiata in una macchina consumistica, quando l'industria farmaceutica, avendo scoperto del proletariato un vasto mercato potenziale, ha democratizzato l'uso delle cure sanitarie.
Il medico era solo un uomo di prestigio, diventa indispensabile. la sua funzione si burocratizza, per il benessere di tutti, la sua missione non è più caritativa ma socialista. Milita in un organismo sanitario che, sotto il nome di Servizio sanitario, vigila per non lasciare senza rimedi quelli che lavorano ogni giorno a morire un pò di più.
Ciononostante il declino si annuncia. La routine burocratica, il potere dei monopoli farmaceutici, la frammentazione delle terapie specialistiche, concido con una sovraprotezione della salute che contrasta con il malessere nella civiltà. La diffidenza si accentua al contatto di una farmacopea che guarisce lo stomaco rovinando i reni ed è parte della stessa potenza industriale che snatura la terra e l'uomo in nome della felicità.
Aggiungeteci il fallimento dello Stato-protettore, ormai incapace di garantire una protezione sociale che il proletariato delle società mercantili avanzate metteva nel novero delle sue conquiste e delle sue acquisizioni durature.
In breve, una crescente abulia invade il mercato della morte 
e della malattia, e l'opinione in bilico tra la preoccupazione e il sollievo di vederlo scomparire, come un convalescente a cui si assicura che può camminare senza stampelle e che non osa crederci.

giovedì 7 novembre 2013

La sfera del tempo precario

Il capitale vuole essere libero di spaziare in ogni angolo del mondo per scovare il frammento di tempo umano disponibili a essere sfruttato per un salario più misero. A questo scopo mette in moto una ricerca continua, puntuale, frammentaria, frattalizzata, cellularizzata. Va alla ricerca del frammento di lavoro che può essere sfruttato ad un costo più basso, lo cattura, lo usa e lo espelle. Il tempo di lavoro è frattalizzato, cioè ridotto a frammenti minimi ricomponibili, e la frattalizzazione rende possibile per il capitale una costante ricerca delle condizioni di minimo salario. La persona del lavoratore è giuridicamente libera, ma il suo tempo è schiavo. Il suo il tempo non gli appartiene, perchè è a disposizione del ciber spazio produttivo ricombinante. 
Il lavoro necessario per far funzionare la rete è una costellazione di istanti isolati nello spazio e frazionati nel tempo, ricombinati dalla rete, macchina fluida. Per poter essere incorporati dalla rete i frammenti di tempo lavorativo debbono essere resi compatibili, ridotti ad un unico formato che renda possibile una generale inter-operabilità. Si verifica così una vera e propria scissione tra percezione soggettiva del tempo che scorre, e ricombinazione oggettiva del tempo nella produzione di valore.
Quale immaginazione del futuro può generarsi in un cervello sociale frammentato e cellularizzato fino al punto di non poter riconoscersi come soggetto unitario? Nella sfera del tempo precario non si può formulare alcun progetto di futuro, perchè il tempo precario non si soggettivizza, non diviene soggetto di immaginazione, nè di volontà nè di progetto.
La frammentazione del tempo presente si rovescia nell'implosione del futuro.

LE MUR di Yilmaz Guney

Il film è girato in un'abbazia francese, ma intende rappresentare il carcere di Ankara in cui lo stesso regista fu detenuto. Nello stesso carcere tre sezioni: quella maschile, quella femminile e quella minorile. A dividerle il muro del titolo. Le immagini grezze del regista, che tornava a dirigere in prima persona un film dopo anni di sceneggiature scritte da dietro le sbarre, raccontano la vita dei tre gruppi, con particolare attenzione ai bambini. È fra loro infatti che il dolore sa mostrarsi con maggiore grado di crudeltà e di gratuità. Le ispezioni e le percosse delle guardie, i ragazzini costretti a mangiare le proprie pulci, gli abusi sessuali, i lavori forzati e ancora le percosse, le vessazioni. Infine la morte di un ragazzino, freddato mentre cerca di fuggire: è la goccia che fa traboccare il vaso; la rivolta si organizza e si barrica all'interno delle celle per chiedere trattamenti più umani. Durante la vita di cella il popolo d'Anatolia ci è mostrato con tutte le sue tradizioni, i canti, le melodie festanti o sofferenti, i balli, le superstizioni, i cibi. Insomma vedendolo resistere nel chiuso della prigione, Güney ce lo fa immaginare com'è al di fuori, costretto da catene sociali, da vincoli d'onore, ma anche depositario di tradizioni secolari, rurali/orali, intatte e vitali. Nel frattempo le esercitazioni e i cori delle guardie e l'intrusione audio di spot commerciali radiofonici, ci danno il senso dell'ipocrisia della società, che negli anni in cui il film è girato associava militarizzazione e ingresso nel luccicante regno del consumismo occidentale
Lo stile di Guney è grezzo, come dicevamo, non ha grandi rifiniture artistiche, anche se a volte si riconosce un certo gusto per la composizione dell'immagine. Con naturalezza offre immagini cattive, spietate, marchiate a fuoco da un sapore di realtà che è difficile non avvertire allo stomaco. Ricordiamo il piano sequenza condotto dal punto di vista di una carriola, fisso sul volto di un prigioniero di dodici anni, sofferente mentre va al lavoro forzato in inverno, schifato da tutti i compagni per il fatto di non aver avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti; oppure il primo piano violentissimo di un parto, i tonfi delle percosse, i dettagli di ematomi, cerotti, sangue rappreso. Un pulp neo-realista, senza artificio narrativo. Un film denuncia e un film poesia al contempo, di quelle poesie scritte con parole normali, non ricercate, ma dirette a tutti, alla gente, alle coscienze più che ai sensi estetici. Gli attori vengono dagli arabi delle periferie francesi e dai turchi delle periferie tedesche; era probabilmente gente che sapeva come muoversi all'interno delle pareti di un carcere.

Al di là dell'immaginario filmico, scendendo nel territorio del reale, nella cronaca, nella storia, reportage, inchieste, articoli e quant'altro testimoniano che la situazione delle carceri turche non è completamente cambiata, anche se passi in avanti si sono fatti registrare. Il film si basa sullo stato di barbarie presente nei penitenziari Turchi degli inizi anni '80, che tutt'oggi persiste. Dove bambini, donne e uomini, vivono alla mercé di inumani secondini e feroci egemoni statali, patrocinati da una legge che non possiede occhi né orecchie. Le carceri sono ancora il luogo della repressione del dissenso politico e ideologico, il luogo della ricerca di un consenso forzoso, luogo di contenimento delle problematiche sociali (il famoso tappeto sotto cui si nasconde la polvere) e infine luogo di negazione dei fondamentali diritti umani.

Essere anarchici/che

Essere anarchici/che significa, oltre che lottare contro il potere statale, religioso e scientifico fuori di noi, liberarsi dalle barriere mentali che ci impediscono di vivere rapporti veramente paritari con gli altri. Liberarsi il più possibile dalle relazioni di potere in cui siamo impilati/e, che influenzano la qualità della nostra esistenza forse ancora più pesantemente dell'oppressione che viene dall'alto. Viviamo rapporti asimmetrici fin dall'infanzia nell'ambito della famiglia, che poi si replicano nelle istituzioni preposte alla nostra educazione e istruzione: collegi religiosi, scuole statali, università. Il mondo del lavoro in cui veniamo inseriti/e nell'età adulta, è una rete di relazioni di potere ancora più fitta. Anche nel rapporto con gli altri animali, con gli individui dello stesso sesso o dell'altro sesso, con gli individui di cui abbiamo differenze culturali, di provenienza, di conformazione fisica, di preferenze sessuali (e la lista potrebbe continuare all'infinito), sono impilate relazioni di potere che ci apportano un vantaggio materiale o un rafforzamento della nostra identità personale, o che al contrario ci opprimono e ci discriminano.
Il nostro stesso linguaggio, e le categorie che adoperiamo per descrivere il mondo e relazionarci con le altre persone, non sono neutrali ma sono stati prodotti per perpetuare divisioni sociali non paritarie. Il primo passo per abbattere il potere è riconoscere quanto esso ha influenzato ogni aspetto della nostra vita e delle nostre relazioni, e da lì partire per rivedere i rapporti personali che portiamo avanti in modo da renderli davvero liberi e orizzontali. Si tratta di svelare le idee e le categorie che il potere ha prodotto per giustificare le asimmetrie dei rapporti sociali, funzionali a una società organizzata gerarchicamente in cima alla quale stanno proprio le istituzioni.
"E' nella logica dell'oppresso imitare il suo oppressore e provare a liberarsi dall'oppressione attraverso azioni simili ad essa". (Paulo Freire)