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giovedì 28 luglio 2011

BUENAVENTURA Durruti (parte I)

BUENAVENTURA Durruti y Domingo nasce a Leon il 14 luglio 1896 da una famiglia operaia.
Nel 1903 suo padre viene arrestato per aver partecipato allo sciopero dei conciatori, per la giornata di otto ore.
Nell'aprile 1913 diventa "tornitore di seconda classe" e si iscrive all'Unione dei Metalmeccanici. Si fa subito notare per la sua impazienza rivoluzionaria. Nel 1914 è assunto dalla Compagnia delle ferrovie del Nord. Buenaventura partecipa allo sciopero generale ed insurrezionale dell'agosto 1917.
Si mobilita l'esercito che, affrontando gli scioperanti col fuoco della mitraglia, causerà la morte di un centinaio di persone. Durruti fa parte di un gruppo di giovani sabotatori che incendiano locomotive e depositi. Sconfessati dai sindacati, alla fine dello sciopero sono licenziati. 
Renitente alla leva e ricercato per gli atti di sabotaggio compiuti si rifugia in Francia. Vi incontra anarchici spagnoli in esilio, legati alla Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT).
Nel 1920 si stabilisce a San Sébastian, con altri compagni fonda il gruppo Los Justicieros al fine di contrastare i pistoleros, sicari al soldo del padronato. Partecipa ad un fallito attentato contro il re Alfonso XIII. La guerra sociale è al suo massimo; gli attentati anarchici si moltiplicano e i gruppi libertari cominciano a coordinarsi. Ai Justicieros incombe il compito di trovare delle armi per resistere alla campagna di terrore della borghesia. Grazie a 300.000 pesetas, frutto del loro primo esproprio, acquistano cento pistole Star.
Nel 1922 Durruti incontra colui che diverrà il suo più stretto compagno di lotta, Francisco Ascaso, proprio allora uscito di prigione.
In agosto Los Justicieros si stabiliscono a Barcellona e con alcuni militanti catalani danno vita al gruppo Los Solidarios, embrione della Federazione Anarchica Iberica (FAI).
In seguito all'assassinio,nel marzo 1923, del dirigente CNT Salvador SeguI, Los Solidarios decidono di eliminare molti nemici del proletariato.
Arrestato a Madrid, Durruti viene rilasciato appena in tempo per partecipare all'assassinio, il 14 giugno 1924, del cardinale Soldevila, arcivescovo di Saragozza e grande protettore dei pistoleros.
Dopo il colpo di stato di Primo de Rivera e la feroce  repressione antioperaia che ne segue, Durruti è di nuovo costretto all'esilio in Francia.
Nel 1924 compie azioni di guerriglia nei Pirenei. In dicembre, Durruti e Ascaso sono inviati dal sindacato in America Latina.
Dove formano i Los Errantes giustizieri ed espropriatori. Alla fine del 1926, braccati da tutte le polizie del continente, ritornano in Europa.
Dopo un periodo di peregrinazioni, ricco di incontri (Nestor Makhno, Rudolf Rocker... e Emilienne Morin che sarà la compagna di Buenaventura per tutta la vita), Ascaso e Durruti rientreranno in Spagna solo dopo la costituzione della Repubblica nell'aprile 1931.
Il 19 gennaio 1932 i minatori catalani si rivoltano e proclamano il comunismo libertario: abolizione della proprietà privata e del denaro. Dopo cinque giorni di lotta e centinaia di fermi, i minatori sono arrestati e la retata si estende in tutto il paese. Ascaso e Durruti sono imprigionati e deportati prima nel Sahara Occidentale, poi nelle Canarie, dove rimarranno fino a settembre. AI loro ritorno, sono accolti a Barcellona da un'immensa manifestazione.
Nel novembre 1933 la destra vince le elezioni. L'otto dicembre, una nuova insurrezione, sotto forma di sciopero generale offensivo. Gli insorti fanno saltare alcuni ponti e locali dell'autorità. Assemblee popolari decretano l'abolizione della proprietà privata. La difesa della rivoluzione è affidata alle milizie armate. Ma il contagio rivoluzionario non si diffonde e il 15 dicembre, l'insurrezione è vinta. Durruti, nuovamente arrestato, dalla sua cella organizza l'attacco al tribunale che sta istruendo il dossier del sollevamento. Gli incartamenti vengono distrutti, centinaia di operai sono rilasciati, tuttavia Durruti rimarrà in prigione fino a maggio del 1934.
Il 4 ottobre la destra monarchica entra nel governo. Lo stesso giorno Durruti e molti militanti CNT vengono arrestati. Il Partito socialista chiama allo sciopero generale. Scontri armati hanno luogo soprattutto nelle Asturie. Dal 6 al 18 ottobre, esse sono il teatro di violenze inaudite: gli insorti resistono all'avanzata delle truppe, casa per casa. 
A partire dal 15 marzo 1936, gli scioperi e le occupazioni di terre si moltiplicano. Parecchi borghesi fuggono dal paese  abbandonando fabbriche e latifondi, mentre i militari preparano apertamente un colpo di Stato.
Di fronte a questa radicalizzazione degli eventi, il gruppo Nosotros di Durruti si dedica ai preparativi insurrezionali: fabbricazione di bombe, espropri a
mano armata, sorveglianza di caserme, organizzazione di distaccamenti operai.
Gli operai sono alloro posto di combattimento. Sono le 5 del 19 luglio 1936...

Continua

CULTURALMENTE CONTRO

La controcultura fiorisce dove e quando alcuni membri di una società scelgono stili di vita, espressioni artistiche e modi di pensare e di essere che abbracciano incondizionatamente l'antico assioma secondo cui l'unica vera costante consiste nel cambiamento in sé. Il segno distintivo della controcultura non è una particolare forma o struttura sociale, ma piuttosto l'evanescenza di forme e strutture, l'abbagliante rapidità e flessibilità con cui appaiono, mutano, si trasformano una nell'altra e poi scompaiono. Coloro che partecipano al cambiamento in modo radicale prosperano all'interno di questa zona di turbolenza. È il loro ambiente originario, dove tutto è ancora malleabile, plasmabile e riplasmabile con una velocità che sta al passo con il balenio delle loro visioni interiori. Sono esperti del flusso, ingegneri del caos, eco-ambientalisti, zapatisti occidentali che migrano seguendo il moto perpetuo del fronte d'onda del massimo cambiamento.
Nella controcultura, le strutture sociali sono spontanee e provvisorie. Coloro che partecipano alla rivoluzione culturale si uniscono costantemente per dare vita a nuove molecole, scindendosi e raggruppandosi in configurazioni adatte agli interessi del momento, come particelle che si urtano in un acceleratore di grande energia e si scambiano cariche dinamiche. In tali configurazioni, questi traggono benefici dallo scambio di idee e innovazioni attraverso un feedback veloce in piccoli gruppi, producendo una sinergia che permette ai loro pensieri e alle loro visioni di crescere e mutare quasi nello stesso istante in cui vengono formulati. 
La neocultura non dispone di una struttura e di un comando formale. Perché, se da una parte è priva di leader, dall'altra è piena di personalità-guida, poiché tutti i partecipanti sono pieni d'inventiva e si inoltrano in territori in cui altri un giorno li seguiranno. La forza del cambiamento la si può trovare all'interno di alleanze (a volte travagliate) tra gruppi politici radicali, perfino rivoluzionari e forze insurrezionali, tanto che l'appartenenza e gli ideali di tali gruppi spesso si sovrappongono e si miscelano creando un amalgama esplosivo; dove il fulcro della neocultura radicale è il potere delle idee, delle immagini, dell'espressione artistica, del cambiamento, del ritorno alla terra e della riapropriazione della propria vita e non l'acquisizione del potere personale e politico. 

giovedì 21 luglio 2011

LA RIBELLIONE di Max Stirner

La ribellione, però, non è alternativa o indifferente alla rivoluzione perché è molto di più. Essa è sempre comprensiva dell'avversità ad ogni dominio storico, anche se, contemporaneamente, indica I'impossibilità per sé di auto-determinarsi in quanto negazione metafisica dell'onticità stessa del dominio.
L'irrisolvibile anarchismo di Stimer è dunque,alla fine, l'irrisolvibilità dell'anarchismo medesimo, se inteso nella sua completa ontologia di negazione del dominio in quanto tale: concretamente, infatti, questo ultimo non esiste. Tuttavia, ogni rivoluzione che vuoI essere veramente distruttiva dell' ordine esistente deve contenere almeno una parte della ribellione come superamento della storicità del dominio determinato; deve essere, in altri termini, pervasa da una dimensione metafisica. «Rivoluzione e ribellione non devono essere considerati sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento della condizione sussistente o status, dello Stato o della società, ed è perciò un'azione politica e sociale; la seconda porta certo, come conseguenza inevitabile, al rovesciamento delle condizioni date, ma non parte di qui, bensì dalla insoddisfazione degli uomini verso se stessi, non è una levata di scudi, ma un sollevamento dei singoli, cioè un emergere ribellandosi, senza preoccuparsi delle istituzioni che ne dovrebbero conseguire. La rivoluzione mira a creare nuove istituzioni, la ribellione ci porta a non farci più governare da
istituzioni, ma a governarci noi stessi, e perciò non ripone alcuna radiosa speranza nelle istituzioni. Essa non è una lotta contro il sussistente, poiché, se essa appena cresce, il sussistente crolla da sé, essa è solo un processo con cui mi sottraggo al sussistente. E se abbandono il sussistente, ecco che muore e si decompone. Ma siccome il mio scopo non è il rovesciamento di un certo sussistente, bensì il mio sollevarmi al di sopra di esso, la mia intenzione e la mia azione non hanno carattere politico e sociale, ma invece egoistico.
Giacché sono indirizzate solo a me stesso e alla mia propria individualità.
La rivoluzione ordina di creare nuove istituzioni, la ribellione
spinge a sollevarsi, a insorgere. 
La natura profondamente anarchica della ribellione è dunque
chiara: essa è diretta ad ottenere una situazione in cui gli individui non siano più governati da istituzioni (cioè da poteri stabiliti), ma si autogovernino da se stessi (modello perfetto dell'anarchia). 

IL POTERE DELLE PAROLE

Il declino del pensiero radicale accresce considerevolmente il potere delle parole, le parole del potere.
"Il potere non crea niente, recupera." 
Le parole forgiate dalla critica rivoluzionaria sono come le armi dei partigiani, abbandonate su un campo di battaglia: passano alla controrivoluzione e; come i prigionieri di guerra, sono sottoposte al regime di lavori forzati. I nostri nemici più immediati sono i sostenitori della falsa critica, i suoi funzionari autorizzati. 
La separazione tra la teoria e la pratica fornisce la base centrale del recupero,della pietrificazione della teoria rivoluzionaria in ideologia, che trasforma le esigenze pratiche reali (i cui indici di realizzazione esistono già nella società attuale) in sistemi d'idee, in esigenze della ragione. Gli ideologi di ogni sponda, cani da guardia dello spettacolo dominante, sono gli esecutori di questo compito; e i concetti più corrosivi vengono allora vuotati del loro contenuto, rimessi in circolazione, al servizio dell'alienazione mantenuta: il dadaismo a rovescio. Diventano slogan pubblicitari. I concetti della critica radicale conoscono la stessa sorte del proletariato; li si priva
della loro storia, li si taglia dalle loro radici: sono buoni per tutte le macchine per pensare del potere.
Noi proponiamo la liberazione reale del linguaggio, perché proponiamo di inserirlo nella pratica libera da ogni pastoia. Noi rifiutiamo ogni autorità, linguistica o di altro tipo: solo la vita reale permette un senso, e solo la prassi lo verifica.
La polemica sulla realtà o la non-realtà del senso di una parola, isolata dalla pratica, è una questione puramente scolastica.
Noi collochiamo il nostro dizionario in questa regione libertaria che sfugge ancora al potere, ma che è la sua sola erede universale possibile. È fondamentale quindi che noi forgiamo il nostro linguaggio, il linguaggio della vita reale, contro il linguaggio ideologico del potere, luogo di giustificazione di tutte le categorie del vecchio mondo.
Dobbiamo impedire fin d'ora la falsificazione delle nostre teorie, il loro possibile recupero. Utilizziamo dei concetti determinati, già usati dagli specialisti, ma dando loro un nuovo contenuto, rivoltandoli contro le specializzazioni che loro sostengono, e contro i futuri pensatori prezzolati e servi del potere.
Tutte le parole, al servizio del potere come sono, sono nello stesso rapporto con questo come lo è il proletariato e, allo stesso modo, sono lo strumento e l'agente della futura liberazione.
Non ci sono parole vietate; nel linguaggio, come sarà d'altronde dappertutto, tutto è permesso.

Proibire l'uso di una parola, è rinunciare ad un'arma utilizzata dai nostri avversari.

Sweet Movie di Dusan Makavejev

Sweet Movie è composto di due storie intarsiate. Nella prima, che ha per bersaglio, la società capitalistica, assistiamo alla bizzarra odissea di una ragazza americana eletta, tra altre vergini, Miss Mondo 1984, la cui virtù, come quella della Justine di De Sade, è esemplarmente punita dalla società consumistica, tanto che la poverina finisce col soccombere dentro a una colata di cioccolata fusa.
Nella seconda storia, non meno grottesca, l'allegoria è più spiccatamente politica: il comunista eterodosso Makavejev vi critica il comunismo ortodosso, in quanto incapace di prospettare l'uomo. Qui abbiamo un marinaio zarista, taumaturgicamente sopravvissuto alla rivolta della nave , che in un canale olandese viene raccolto da un vascello che ha per polena l'effigie di Marx e per pilota una giovane rivoluzionaria. Tra Il marinaio puro di cuore (non per nulla si chiama Bakunin e ha la bianca maschera di Pier Clementi) e la ragazza s'intrecciano spudorate effusioni erotiche, finché la virago, dopo averlo castrato, non lo uccide nella stiva carica di zucchero.
Il senso sembra questo: che le rivoluzioni, dapprima melliflue, finiscono poi col sacrificare ,i figli migliori..
Sweet Movie ha una forza irrecusabile, e si pone tra quei film demoniaci e solitari,  balenanti nel buio di felici intuizioni, che vogliono essere rigorosamente veduti da quanti riconoscono al cinema una funzione dissacratrice e stimolante.
Il ritorno all'infanzia carnale come strumento per abbattere ogni sovrastruttura ideologica e quindi ogni repressione politica, per spogliare ,l'umanità del suoi tabù e dei suoi miti, salvarla, e condurla cosi al godimento e alla felicità.
Dusan Makavejev, anni 43, ritiene che il comunismo abbia senso soltanto se prospetta una liberazione totale dell'uomo. 
Due sono i temi maggiori del film, cioè il consumismo capitalistico e il comunismo oppressivo dell'individuo nella sfera della negatività. Opera estremistica, “Sweet Movie” rifiuta la moderazione e il limite del buongusto. Al suo apparire nel 1974, Sweet Movie consegnò immediatamente il suo regista, lo jugoslavo Dusan Makavejev al ristretto olimpo dei registi cult dell'epoca, accanto a  Jodorowsky, Arrabal, Ken Russell e a quella piccola ma attivissima cerchia di autori impegnati in una personale lotta contro censura e istituzioni per creare una forma cinematografica del tutto slegata da mode, costrizioni e messaggi edificanti. Un cinema in cui potessero andare a braccetto la denuncia sociale e la follia ginsberghianamente liberata, la psicanalisi e l'occultismo, il sogno sfrenato e la realtà più agghiacciante.
Montaggio dialettico che mischia documentaristica, narrazione lineare, simbologie e musica, in una forma che vorrebbe essere di rottura con i modelli narrativi classici. L'anarchia visiva di Makavejev è un'arma puntata contemporaneamente sia contro il comunismo che il capitalismo, il primo intollerante alla creatività se non quella approvata dal regime e l'altro per il consumismo che educa visivamente i suoi spettatori persino in materia erotica.

giovedì 14 luglio 2011

NO copyright

“Lorsignori vogliono una società dove si paghi un balzello anche quando si canta "Tanti auguri a te" alle feste di compleanno. Non è una boutade: la celeberrima canzone non è di pubblico dominio, i diritti per l'Italia sono
della Emi-Sugar.”

L’intelligenza collettiva non è semplicemente un modo di lavoro collettivo. E' anche una modalità operativa di conoscenza del mondo. Di fatto non sarebbe possibile ritenere l'enorme quantità di informazioni significative che ogni giorno, fin dalla nascita, percepiamo attraverso l'esperienza. Per fronteggiare questo problema l'umanità ha creato nel suo procedere storico un'enormità di artefatti cognitivi, disseminati negli oggetti, nei testi, nei comportamenti e nella lingua in generale. Ovverosia gli oggetti si danno alla nostra percezione fornendoci attraverso forma e sostanza le tracce inerenti al loro senso ed uso. In pratica il processo del nostro pensiero non si avvale esclusivamente degli input che emergono dall'interno, ma si appoggia a una parte della mente disseminata negli artefatti cognitivi di cui il mondo abbonda. Il nostro pensiero, funziona grazie ad una parte della nostra mente collettiva che risiede nelle cose che ci circondano e che sono il prodotto delle molteplici culture che si sono susseguite, mescolate e rielaborate.
Questo vuol dire che non possiamo fare a meno dell'intelligenza collettiva per elaborare pensieri sensati. Che, dunque, qualsiasi cosa prodotta da ognuno di noi è contemporaneamente anche il frutto dello sforzo del resto della collettività nello spazio e nel tempo.
E' difficile quindi pensare di poter assegnare ad alcuni il diritto di possedere una proprietà intellettuale esclusiva su qualcosa.
Il copyright, la «riserva del diritto d'autore sulla riproduzione di un'opera» (libro, disco, programma che sia), è un chiaro esempio di come sia il denaro a scandire la nostra vita, a regolarla e ad orientarla. Quando andiamo in libreria e acquistiamo un libro, sborsando una somma più o meno elevata, ne usciamo solitamente soddisfatti di poter godere un bene che riteniamo di aver liberamente scelto. Ma non è proprio così. La nostra scelta dipende dalle nostre possibilità economiche, dalla selezione di libri che qualcuno ha messo "a nostra disposizione"; qualcuno che a sua volta ha dovuto scegliere fra i libri che un altro ancora ha scelto per lui. Dunque il lettore è condizionato dalle scelte del libraio, che è condizionato dalle scelte del distributore, che è condizionato dalle scelte dell'editore.
Il risultato di questo iter non ha nulla a che vedere con il nostro "sapere e la nostra "cultura", ma solo col conto in banca dei tanti bottegai. In tutto ciò il copyright svolge un ruolo importante, determinando le scelte di un editore, il prezzo di un libro, la sua stessa presenza in libreria, fino alla nostra possibilità di acquisto. Serve cioè ad arricchire chi sfrutta un nostro desiderio: leggere un libro, ascoltare un disco o quanto altro.
Come ogni proprietà. esso è un furto

L’Architettura per esaltare L’Urbanistica per reprimere

Parigi.
Ben altri simboli meno inoffensivi e più organizzati dell'ingenua ostentazione della torre Eiffel aveva approntato pochi anni prima il barone Haussmann, prefetto di Napoleone III.
Owen e Fourier, in linea con la nascente ideologia socialista, avevano inventato proposte urbanistiche «dal volto umano» che tenessero conto delle esigenze della classe operaia.
Il «piccone risanatore» di Haussmann, con la scusa appunto del risanamento e dell' adeguamento delle strutture urbane alle esigenze della popolazione accresciuta (che di per sé sarebbe stato un moderno e indispensabile intervento di riordino dei servizi), opera in realtà per la repressione di qualunque rivoluzione e barricata popolare. Con la costruzione dei grandi boulevards la borghesia soddisfa le proprie ambizioni e rafforza i sistemi di difesa.
«Gli istituti del dominio mondano e spirituale della borghesia - scriveva Benjamin - dovevano trovare la loro apoteosi nelle cornice delle grandi arterie stradali.
Certe arterie – erano ricoperte, prima della loro inaugurazione, da una tenda, e quindi scoperte come monumenti».
Vivere in una bella cornice, lungo i viali, una bella infilata di case confortevoli e piacevoli da vedere, magari mentre si va a cavallo al Bois lungo i larghissimi marciapiedi costruiti apposta per questo uso. Non importa se il « didietro» delle case è poco curato e se alle spalle dei grandi tagli stradali rimangono quartieri non risanati, né se gli affitti aumentano e il proletariato viene progressivamente ricacciato nei sobborghi.
«l vicoli e i vicoletti più indecenti scompaiono tra le più alte congratulazioni reciproche dei borghesi di fronte ad un successo così fenomenale, per ricomparire subito dopo in qualche altro posto e spesso nelle immediate vicinanze» (Engels, La questione delle abitazioni).
Quanto alla funzione antibarricate e antirivoluzionaria, i risultati si toccarono con mano nel 1871, quando il «metodo Haussmann» diede una mano a schiacciare la Comune: più difficile erigere le barricate data la larghezza delle strade, facilissimo abbatterle con una coreografica carica di cavalleria, qualche scarica di fucileria o un colpo netto di cannone, sparato d'infilata dal fondo di un bel viale rettilineo.

Wilderness - Joy Division

















Ho viaggiato ovunque in molte diverse epoche

cosa hai visto là?
ho visto i santi coi loro giocattoli
cosa hai visto là?
ho visto tutta la conoscenza distrutta
ho viaggiato ovunque fino alle prigioni della croce
cosa hai visto là?
il potere e la gloria del peccato
cosa hai visto là?
il sangue di Cristo sulla loro pelle
ho viaggiato ovunque in molte diverse epoche
ho viaggiato ovunque dove martiri sconosciuti sono morti
cosa hai visto là?
ho visto i processi parziali
cosa hai visto là?
ho visto le lacrime mentre piangevano
avevano lacrime negli occhi
lacrime negli occhi