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giovedì 19 aprile 2018

Ragionare

La ragione è l'utilizzazione di una grande documentazione generale con la creazione di nuove vie che prolungano la realtà al di là del presente, costruendo mentalmente dall'esperienza vissuta per conoscere il termine finale e modificare così l'azione presente per ottenere di modificare questo fine. Il sapere si divide nettamente in due parti: da una parte le conoscenze obiettive,suscettibili di dimostrazioni sensibili e che possano determinare una mutua comprensione degli umani davanti all'evidenza dei fatti; dall'altra le conoscenze soggettive, strettamente limitate al sapere individuale. Le divergenze provengono, invariabilmente, dal miscuglio o dalla sostituzione, più o meno cosciente, di una delle due conoscenze con l'altra. Quanti ragionano male o sono in malafede, operano questa sostituzione e, credendo o facendo finta di credere di essere sempre sul terreno obiettivo e impersonale, argomentano al contrario soddisfacendo abbondantemente la loro logica personale, fonte di dispute senza limiti. Gli uomini non possono avvicinarsi gli uni agli altri che quando si tratta di punti comuni che interessano tutti, e la ragione non può esercitarsi che su questi punti. 

L’insurrezione invisibile di un milione di menti

Alexander Trocchi, a Parigi elaborò al fianco di Guy Debord e Jacqueline de Jong le tesi rivoluzionarie e i primi manifesti di quella che sarebbe presto diventata l’Internazionale Situazionista. Nelle riunioni semiclandestine sulla riva sinistra della Senna veniva predisposta la technique du coupe du monde, una presa non cruenta del potere planetario attraverso la lenta infiltrazione nei mezzi di produzione culturale di massa. Per anni ancora, ben oltre la plausibilità dei suoi piani, Trocchi portò in dibattiti e pubblicazioni sui due continenti il suo Sigma Project, quella che sul numero della rivista dell’Internazionale Situazionista uscito nel gennaio 1963 lui prospettava come l’insurrezione invisibile di un milione di menti. "Il colpo di stato mondiale deve essere culturale nel più vasto senso del termine". Con i suoi mille tecnici, Trotsky occupò i viadotti e i ponti e gli snodi telefonici e le centrali elettriche. La polizia, vittima delle convenzioni, contribuì alla sua brillante impresa montando la guardia ai vecchi chiusi nel Cremlino. Loro stessi non avevano avuto la necessaria elasticità mentale per cogliere che la loro presenza nelle tradizionali sedi del governo era irrilevante. La Storia li aveva aggirati. Trotsky aveva le stazioni ferroviarie e le centrali elettriche, e all’atto pratico il “governo” veniva chiuso fuori dalla Storia da parte delle sue stesse guardie. Così l’insurrezione culturale deve impossessarsi delle reti della comunicazione e delle centrali della mente”. Per la presa dei mezzi di produzione culturali i tecnici silenziosi avrebbero dovuto essere un milione, e il nome del progetto, il sigma simbolo algebrico della somma, voleva forse contenere anche l’enorme forza dell’unione.
La rivoluzione culturale si sarebbe contemporaneamente impadronita delle università, ne avrebbe ridisegnato la funzione e i metodi. “Le burocrazie delle università si mescolano con la burocrazia di stato, vi si specchiano in piccolo. […] Le università sono divenute fabbriche per la produzione di funzionari qualificati. Il sistema competitivo incoraggia le tattiche diligenti, ben oliate, quelle più plausibili. È certamente una sofferenza e forse perfino un pericolo per uno studente interessarsi profondamente alla sua materia, o dovrà sempre essere pronto a dimostrare le sue competenze; gli studenti nelle nostre università sono talmente occupati a esercitarsi nell’apparenza che si incontra raramente qualcuno che si preoccupi della realtà. L’intero sistema è un esiziale anacronismo. […] L’Università Spontanea – un luogo dove inventare efficaci moduli comportamentali, dove gli allievi possano imparare come dovremo essere se dovremo essere e fare insieme. […] La secessione unanime delle menti più vitali è la sola risposta. Il basilare cambiamento di condotta descritto finora deve accadere. STA ACCADENDO. Il nostro problema è rendere gli uomini consci di questo fatto, e ispirarli a partecipare. L’uomo deve prendere il controllo del suo futuro: solo così potrà mai sperare di ereditare la Terra”.

lunedì 16 aprile 2018

Il 68’ … il 19 aprile 1968 a Valdagno (capitolo XVI)

Il 19 aprile 1968 vede a Valdagno (in provincia di Vicenza) una rivolta operaia contro Marzotto e contro l'esasperante repressione politica padronale che impediva una gestione normale di una vertenza sindacale. Già il mercoledì della settimana precedente era stato indetto uno sciopero selvaggio dichiarato solamente la sera prima. In quella mattinata gli operai avevano picchettato i gradini della fabbrica impedendo agli impiegati l'entrata anche violentemente dove necessario.
Quando il 19 aprile altra data di sciopero gli operai alle 7 di mattina si recarono davanti alla fabbrica per picchettare trovarono un'amara sorpresa, i carabinieri si erano posizionati sui gradoni. Immediatamente gli animi si scaldarono, in particolare quelli delle donne che reagirono violentemente urlando e imprecando contro i carabinieri schierati. A un certo punto un brigadiere dei CC in borghese tirò fuori una catena legata con un lucchetto ed iniziò a picchiare con questa. Le donne presenti sui gradini quindi vennero caricate dalla polizia e subito gli operai accorsero per opporsi alla carica. Per protestare contro l'uso delle catene fatto dai carabinieri volarono in loro direzione una serie di uova.
“Alle sette usciamo noi del primo turno, in sciopero dopo un’ora di lavoro. Ci fermiamo sui gradini e tentiamo di occupare anche noi la portineria.
Siamo quasi tutte donne, ma i carabinieri non si fanno intenerire e ci scacciano colpendoci con i cinturoni. Cominciano così i primi tafferugli. Poi, mi pare verso le nove, arrivano centinaia di studenti  delle superiori in corteo. Tra le nove e mezzogiorno le cariche della Celere non si arrestano mai. I poliziotti non risparmiano botte e pestaggi e usano sia i manganelli che il calcio dei fucili. Vengono lanciati lacrimogeni a centinaia.
Ma davanti alla fabbrica un picchetto di un migliaio di operai non fugge e continua a resistere.”
Alle 9:15 arrivò la celere cercando di disperdere la folla lanciando lacrimogeni e caricando violentemente. Gli operai antistanti i gradini si trovarono quindi imbottigliati tra la celere ed i carabinieri che scesero dalle scalinate.
La situazione rimase calma fino alle 14 quando sulla porta della fabbrica spuntò il direttore amministrativo della Marzotto. La folla alla sua vista iniziò a premere sui cancelli riuscendo a sfondarli. 
I dirigenti dei sindacati CGIL, CISL e UIL a quel punto
arbitrariamente senza consultarsi con gli operai concordarono con la polizia il rilascio dei due operai in cambio dello scioglimento della manifestazione.
Al rifiuto degli operai di accettare il compromesso sindacale, la polizia immediatamente caricò e lanciò nuovi lacrimogeni, a quel punto gli operai iniziarono a rispondere con un fitto lancio di sassi. Gli operai lentamente guadagnarono terreno, ma iniziarono immediatamente tutti una serie di caroselli con le camionette. A questo punto alcuni manifestanti attrezzarono un'auto con un altoparlante e iniziarono a girare per la città invitando la gente a scendere in piazza in favore degli operai. In moltissimi risposero unendosi alla protesta. Tra questi molti furono gli studenti delle medie inferiori che infervorati dalla voglia di ribellarsi buttarono giù la statua di Marzotto padre e attaccarono direttamente tutti gli esercizi commerciali che i Marzotto avevano in città. Alle 22, 23 arrivarono i caschi blu da Padova e rastrellarono la città fermando 200 operai e disperdendo le folle con bombe lacrimogene e a volte vere e proprie bombe a mano.
Bilancio finale: 47 arresti, moltissimi fermi, 4 operai feriti. Il giorno dopo la popolazione di Valdagno risponde con una manifestazione pacifica all’azione della polizia.
Il prefetto di Vicenza, che il giorno prima ha emanato un’ordinanza con divieto di manifestare per più giorni, è indotto a revocarla.

giovedì 12 aprile 2018

Il 68’ … marzo 1968, cinquanta’anni fa (capitolo XV)

01 – 4.000 studenti romani raggiungono architettura, presidiata dalla polizia, a Valle Giulia. Dopo un tentativo d’occupazione, cominciano gli scontri (4 arresti, 228 fermi).
02 – Occupate molte università contro la repressione a Roma e Torino, dove Palazzo Campana è sgombrato e 13 studenti colpiti da mandato di cattura (1 arresto e 12 latitanti).
03 – Gli studenti romani manifestano a piazza di Siena: l’università è ancora chiusa ma Lettere e Fisica sono occupate da docenti solidali con il movimento.
04 – A Milano la Statale è chiusa dal rettore dopo un tentativo di attacco fascista. Una delegazione di studenti romani ricevuta a Palazzo Chigi (la piazza sottostante occupata da un sit-in).
05 – Manifestazioni e occupazioni a Lecce, Genova, Torino, Firenze, Urbino, Ancona, Cagliari, Venezia. A Milano entrano in lotta i medi che occupano il liceo Parini.
06 – Il preside del Parini rifiuta di chiedere l’intervento della polizia. Il giorno seguente è sospeso dal ministro Gui e la polizia sgombra il Parini e altri 14 licei.
07 – Alla Fiat lo sciopero per le pensioni è totale. Molti studenti partecipano ai picchetti: dopo aver tentato di rioccupare Palazzo Campana, il corteo si scontra con la polizia di fronte alla Stampa.
08 – Diecimila studenti medi milanesi manifestano sotto il provveditorato e rioccupano con la forza il Parini: immediato intervento della polizia.
09 – A Roma l’assemblea degli studenti medi e universitari, convoca una manifestazione nazionale per il 15. Continuano a Milano le manifestazione dei medi.
10 – Convegno nazionale delle Università in lotta alla Statale di Milano, occupata: nella relazione introduttiva Bassetti, dell’Intesa, attacca “l’estremismo sterile”.
11 – Un attacco fascista respinto dagli occupanti della Statale di Milano dopo un ora di violenti scontri. A Genova 107 denunciati per l’occupazione dei giorni precedenti.
12 – Riaperta l’università di Roma: il Movimento entra in corteo e si riunisce in assemblea nell’aula magna. Liberati i 4 arresti a Valle Giulia.
13 – Due studenti (Guelfo Guelfi e Marco Moraccini) arrestati a Pisa per un tafferuglio verificatosi il 4 marzo. Convegno nazionale del movimento a Roma.
15 – Studenti di molte università protestano a Pisa contro gli arresti del 12: occupata la stazione e paralizzato il traffico. Dopo l’intervento della polizia, durissimi scontri: 50 feriti e 7 arresti.
16 – Squadracce guidate dai deputati missini Caradonna e Anderson attaccano l’università romana: messe in fuga, si barricano a Legge e tirano mobili sugli studenti; ferito gravemente Oreste Scalzone.
17 – Manifestazione degli studenti medi romani di fronte al liceo Mamiani, occupato il 15 e sgombrato dalla polizia il 16.
18 – Si costituiscono i 12 latitanti torinesi: finiranno scarcerati nei giorni seguenti. A Roma riprendono gli esami in tutte le facoltà tranne che a Legge, devastata dai fascisti. L’Unità attacca i DJ Rai Arbore e Boncompagni accusandoli di paternalismo e di diseducare la gioventù. Arbore è anche colpevole di parlare in romanesco, Boncompagni di voler imporre a ogni costo la musica RB. A Parigi scontri tra manifestanti e polizia dopo la rimozione di Henri Langlois dalla direzione della Cinémathèque, il ministro degli affari culturali André Malraux lo ha sostituito con Pierre Barbin.
19 – Al termine del convegno degli universitari comunisti, Occhetto riconosce l’autonomia del movimento.
20 - Serrata al Mamiani di Roma dopo altri due giorni di manifestazioni. A Pisa 32 studenti denunciati per gli scontri del 15.
21 – Il preside del Mamiani riapre il liceo e riconosce l’assemblea degli studenti. Occupate Lettere, Architettura, Fisica, Economia e Commercio a Roma.
22 – Occupata la Cattolica di Milano.
23 – La polizia sgombra la Cattolica, chiusa subito dopo dal rettore.
24 – Dopo un assemblea nella Statale occupata, gli studenti della Cattolica di Milano chiedono le dimissioni del rettore e del consiglio d’amministrazione.
25 – All’alba, la polizia, chiamata dalla magistratura, sgombra la Statale di Milano. Nel pomeriggio sit-in di fronte alla Cattolica, caricato dalla polizia che ferma 60 studenti.
26 – Assemblea e cortei nel centro di Milano. A Roma gli studenti respingono un ultimatum del rettore (denuncia dei responsabili delle occupazioni e invalidazione dei corsi). Catturato in Sardegna il ricercato n. 1 Graziano Mesina: fermato a un posto di blocco.
27 – Sit-in, degli studenti milanesi in piazza Duomo: 5 studenti e 5 assistenti iniziano uno sciopero della fame di fronte alla Cattolica.
28 – Cento pittori occupano la galleria nazionale d’arte moderna. Scarcerati i 52 fascisti arrestati dopo l’aggressione  del 16 marzo a Roma.
29 – Il Comitato Centrale del PCI appoggia le lotte degli studenti ma attacca l’interpretazione dell’autonomia del movimento come contrapposizione alle forze politiche esistenti.
30 – Sciopero di 24 ore alla Fiat: la lotta, imposta dalla base operaia, verte su revisione dei cottimi e riduzione dell’orario. La polizia carica un picchetto alla porta 7 di Mirafiori.
31 – Dopo un incendio divampato ad Architettura gli studenti romani sgomberano le facoltà occupate. 




ISTANTI di Jorge Luis Borges

Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l'oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d'acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell'autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un'altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

L'alternativa anarchica è quella che propone la diversità al posto dell'unità

L'anarchismo contemporaneo capovolge l'interpretazione classica secondo cui la società anarchica è una meta, un fine, un utopia, a favore  di una lettura anarchica del presente.
"Lo stato non è qualcosa che può essere distrutto da una rivoluzione, è una condizione, un rapporto fra gli esseri umani, un modo di comportarsi. Può essere distrutto contraendo altri rapporti, comportandosi in modo diverso." 
Nella vita quotidiana le società possono andare avanti esclusivamente grazie a due fenomeni spontanei, ovvero l'associazione volontaria e il mutuo soccorso: "Gli anarchici derivano una filosofia sociale e politica dalla tendenza naturale e spontanea degli esseri umani a raggrupparsi per il beneficio comune." L'anarchia è dunque una teoria dell'organizzazione basata non tanto su di un idea predefinita di natura umana, o su postulati dogmatici e immutabili, quanto sulla convinzione che esiste una spontanea capacità, tra gli esseri umani, di darsi un ordine e un organizzazione: "Dato un comune bisogno, le persone sono in grado, tentando e sbagliando, con l'improvvisazione e l'esperienza, di sviluppare le condizioni per il suo ordinato soddisfacimento; e l'ordine cui si approda per questa via è di gran lunga più duraturo, e funzionale a quel bisogno, di qualsiasi altro imposto da un'autorità esterna".
Lo scontro costante nella storia dell'umanità è tra chi sostiene la soluzione autoritaria e chi auspica e pratica quella libertaria rispetto a ogni problema che la società si trova ad affrontare. Lo scopo, in ossequio a una visione pluralista delle caratteristiche umane e in vista di una grande valorizzazione delle diversità naturali, è quello di pensare una società auto-organizzata in continua autotrasformazione: "L'alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell'unità, quella che propone, insomma, una massa di società e non una società di massa."

giovedì 5 aprile 2018

Il ’68… Torino 7 marzo 1968, operai e studenti (capitolo XIV)

Il 1968 fu l’anno in cui il movimento degli studenti e quello operaio trovarono i punti d’incontro che permisero loro di diventare forza politica. I primi sintomi si vedono già negli scontri di piazza Statuto del luglio 1962, che rappresentano il primo vero scontro sociale del dopoguerra, la lotta per il rinnovo contrattuale che i lavoratori stavano sostenendo proprio in quell’anno e la semplice costatazione che Torino era stata ed era ancora in quel momento la città più operaia d’Italia. Va anche detto che negli anni che precedettero il ’68 la base di accesso all’istruzione si era allargata ed era diventata sempre più frequente soprattutto all’università, la figura dello studente lavoratore, proveniente da famiglie proletarie o di piccola borghesia impiegatizia, che dopo aver trascorso la giornata in fabbrica frequentava i corsi serali, nel frattempo organizzati proprio per questo genere di utente. Di sicuro questo fu determinante nel veicolare tra gli studenti le istanze provenienti dal mondo del lavoro.
Il 7 marzo 1968 per la prima volta le due forze agirono insieme in piazza.
Dopo lo sgombero del 1° marzo, complice il clima che nel frattempo si era venuto a creare sul piano nazionale, anche la contestazione degli studenti torinesi è costretta a fare i conti con autorità diverse da quella accademica. Allo sgombero segue infatti  l'emissione, da parte della procura torinese, dei primi mandati di cattura per alcuni dei principali leader studenteschi del movimento di Palazzo Campana.
I mandati di cattura sono 13 vengono emessi dalla Procura della Repubblica sabato 2 marzo: il primo viene eseguito nella stessa serata nei confronti di Federico Avanzini, 24 anni, studente di Giurisprudenza.
Gli altri 12 si rendono latitanti. Dalle indagini svolte dalle autorità sembra che la latitanza fosse stata decisa di comune accordo tra i ricercati. Nel corso della perquisizione eseguita nell’abitazione di una delle persone da arrestare, è stato rinvenuto un biglietto del seguente tenore: “C’è pericolo di parecchi arresti qui a Torino. Probabilmente 13 – non si sa ancora chi sono Dobbiamo sparire per qualche giorno per poter eventualmente decidere una linea di difesa comune prima di …. Se non sai dove andare, vai allo PSIUP, chiedendo di Rino Maina che ti spiegherà la situazione. Non ti do altre indicazioni perché è pericoloso. Arrivederci, Wilma.” Gli altri dodici (Luigi Bobbio, Guido Viale, Laura De Rossi, Vittorio Rieser, Gianguido Dragoni, Alberto Friedmann, Giuliano Mochi-Sismondi, Sergio Lenite, Luciano Bosio, Brunello Mantelli, Mirko Vaglio e Carlo Donat Cattin) si consegnano spontaneamente alle autorità in due turni. Sei si costituiscono sabato 16 marzo, sono: 
Bobbio Luigi, studente, Rieser Vittorio, assistente universitario, Viale Guido, studente, Dragoni Gianguido, studente, Friedmann Alberto, studente, Mochi-Sismondi Giuliano, studente. Gli altri sei lunedì 18.
A Torino gli studenti delle università in agitazione si ritrovano il 7 marzo alle 14 in un'assemblea al Politecnico, per poi partire in corteo. Dopo circa due ore davanti al Politecnico ci sono già più di cinquemila persone, studenti universitari di tutte le facoltà, studenti medi, ma anche lavoratori che hanno aderito allo sciopero sindacale. Piove, ma il corteo finalmente parte, le prime file sono composte completamente da studentesse universitarie: una volta raggiunto Corso Vittorio, e la struttura carceraria Le Nuove, i manifestanti si siedono a terra, e richiedono a gran voce la liberazione di Avanzini, studente arrestato alcuni giorni prima per l'occupazione dell'università. Il corteo prosegue poi per tutto il centro della città, fino a raggiungere Piazza Castello: gli studenti hanno intenzione di riprendere l'occupazione della sede universitaria di Palazzo Campana. Migliaia di persone superano correndo i mezzi delle forze dell'ordine e si dirigono verso Via Principe Amedeo.Qui scoppiano i primi scontri, i carabinieri a presidio della facoltà caricano gli studenti, che rispondono con un fitto lancio di uova, monete, bottigliette, e che poi fanno un rapido dietro front, per concentrarsi nuovamente in Piazza Castello. Il corteo si dirige verso la sede della testata giornalistica La Stampa in via Roma, per occuparla, ma continuano violentissime le cariche di carabinieri e polizia, decisi a disperdere il corteo: proseguono gli scontri con gli studenti, due vetrate della "Busiarda" (La Stampa)  sono divelte. La situazione in centro città si normalizzerà solo a serata inoltrata, quando tra le forze dell'ordine si cominceranno a contare i feriti: sedici tra le file della polizia, tra cui due vicequestori, e otto tra i carabinieri.