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giovedì 15 febbraio 2018

Il ’68… Pisa il 10 e l’11 febbraio 1967 (capitolo VII)

L'occupazione della sede universitaria della Sapienza di Pisa era infatti immediatamente successiva ad un'agitazione sindacale nazionale lanciata da tutte le associazioni di categoria dei docenti, degli assistenti e degli studenti universitari, e si inseriva nel quadro delle primissime proteste pubbliche suscitate dal progetto di riforma universitaria elaborato dal ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui, il famigerato disegno di legge n. 2314. (che rivedeva gli assetti universitari proponendo l’istituzione dei dipartimenti, prevedendo tre livelli di titoli di studio differenti per durata, contenuti e prospettive professionali il diploma universitario, la laurea e il dottorato di ricerca, facendo profilare – secondo i critici – un tendenziale aumento delle tasse universitarie).
Lo sciopero è stato proclamato fino al 4 febbraio dai professori di ruolo aderenti all'ANPUR, fino al 10 febbraio dai professori incaricati e dagli assistenti dell'ANPUI e dell'UNAU, e fino al 7 dall'organizzazione degli studenti (UNURI). Occupare voleva dire: siamo noi, l’assemblea a decidere come e che cosa funziona d’ora in poi. L’occupazione aveva i suoi rituali iniziatici. Uno striscione, per prima cosa, veniva messo fuori dal portone. Spuntava anche sempre una bandiera rossa almeno nelle facoltà di Lettere e Fisica. L’assemblea eleggeva un suo comitato esecutivo, un gruppetto di non più di quattro o cinque persone e nello stesso modo la direzione politica e le persone addette all’organizzazione. Poi si procedeva al suggello fisico degli istituti per evitare danni e furti, ai turni di presenza, ai picchetti dell’ingresso, col compito non solo di sorvegliare ma di spiegare a tutti quelli che venivano a curiosare gli obiettivi della lotta.
Gli avversari del nascente movimento studentesco, l’organizzazione rappresentativa ORIUP in testa, provarono a dare voce alla maggioranza silenziosa che – a loro giudizio – dissentiva con la «manovra estremista» in corso. Il corteo del successivo 10 febbraio, al quale partecipò un migliaio di giovani, si concluse con un furioso «assedio» alla storica sede dell’Ateneo da parte di alcune decine di essi, presumibilmente guidato da esponenti neofascisti del Fuan, pronti ad approfittare dell’insofferenza dei convenuti. «La manifestazione ha rischiato di degenerare – riferiva “Il Telegrafo” – poiché per due volte i dimostranti avevano tentato di abbattere la porta dell’edificio, utilizzando prima “un carretto” e poi “un grosso palo”». Gli assalti, però, vennero respinti. L’occupazione viveva in realtà, in una vera e propria assemblea permanente, in esperimenti di didattica alternativa, lo scambio con gli studenti provenienti da altre facoltà e altre sedi. Studenti addetti all’approvvigionamento di cibo di ogni genere, sacchi a pelo per chi decideva di dormire la notte. In realtà l’idea iniziale partorita negli incontri alla Casa dello Studente, l’occupazione della Sapienza doveva essere di stampo tradizionale, una riunione di lavoro di riflessione sull’università, e doveva produrre un controprogetto di riforma da opporre al disegno di legge del ministro Gui, doveva essere un’analisi sulla figura sociale dello studente, un ipotesi di rapporto tra ricerca e didattica. Ma si trasformo in un quarantotto, anzi in un evento sessantottino, con alcuni ragazzi che rimasero tutta la notte, chi dormendo per terra nei sacchi a pelo, o avvolti nelle coperte arrivate chissà da dove; tutti ad aspettare la polizia.
La polizia arriva, alle cinque del mattino, e  sgombera di forza con schedature, fotografie e perquisizioni ( la polizia ne avrebbe poi schedati settantadue, tra i quali quattordici donne). Si rompeva clamorosamente, una tradizione secolare, che voleva le forze dell’ordine fuori dalle università. 
Il rettore dell’Università di Pisa, Alessandro Faedo, aveva autorizzato l’intervento degli agenti perché evidentemente non riteneva tollerabile la coesistenza delle due “riunioni”. Non si trattò certo di una decisione presa a cuor leggero: per l’Ateneo pisano fu il primo intervento delle forze dell’ordine nella storia della repubblica e la notizia creò un diffuso disagio anche tra coloro che non simpatizzavano con la minoranza «estremista».
Durante l’occupazione viene elaborato il testo: Progetto di tesi del sindacato studentesco, conosciuto anche come Le Tesi della Sapienza.









La millecento di Rino Gaetano

Hai finito il tuo lavoro 
hai tolto trucioli dalla scocca 
è il tuo lavoro di catena 
che curva a poco a poco la tua schiena 
neanche un minuto per ogni auto 
la catena è assai veloce 
e il lavoro ti ha condotto 
a odiare la 128 
Ma alla fine settimana 
il riposo ci fa bene 
noi andremo senza pensieri 
dagli amici a Moncalieri 
. . . la millecento,la millecento . . . 
Hai lasciato la catena 
un bicchiere di vino buono 
ti ridà tutto il calore 
trovi la tua donna e fai l'amore 
sei già pronto per partire 
spegni tutte le luci di casa 
metti il tuo abito migliore e pulito 
lasci al gatto la carne per tre giorni 
e insieme a una Torino abbandonata 
trovi la tua macchina bruciata 
. . . la millecento,la millecento,la millecento . . . 

Pietro Gori il cavaliere dell’ideale

Nato a Messina nel 1865 da genitori toscani e laureatosi a Pisa in giurisprudenza, ben presto inizia la propria attività di propagandista del pensiero anarchico, spesso affiancata da quella di avvocato negli innumerevoli processi che vedono altri anarchici sul banco degli accusati. Il primo arresto, con condanna a un anno di carcere, è del 1890 e successivamente le numerose sentenze a suo carico (tutte comminate per reati d’opinione) lo porteranno ad affrontare più e più volte l’esilio, ora nel nord dell’Europa, ora nelle Americhe. Nel 1891 è al congresso anarchico di Capolago, dove vengono gettate le basi del partito socialista anarchico rivoluzionario, e nel 1892 partecipa a Genova ai lavori del Congresso che vede riunite le Società Operaie di tutta Italia, dove, con la nascita del partito socialista italiano, si consuma definitivamente la separazione fra le due scuole del socialismo, quella anarchica rivoluzionaria e antiparlamentare e quella socialdemocratica, riformista e parlamentare. Costretto nel 1894 ad abbandonare l’Italia, ripara dapprima in Svizzera (quando il governo elvetico lo espellerà su pressioni dello stato italiano compone la famosissima Addio a Lugano) poi in Belgio e Olanda e infine a Londra, dove entra in contatto con il principe anarchico Kropotkin e la combattiva Louise Michel, eroina della Comune di Parigi. Da Londra passa negli Stati Uniti dove svolge, nella numerosa colonia italo-americana, una intensissima attività di pubblicista e conferenziere. È soprattutto grazie a questa sua presenza, e a quella quasi contemporanea di Malatesta, che si consolida in America fra gli immigrati italiani un forte e duraturo movimento anarchico.
Dopo una breve parentesi in patria, una nuova condanna a 12 anni di galera lo riporta all’estero, questa volta in Argentina (dove fonda l’importante rivista scientifica in spagnolo Criminalogia moderna), poi in Cile, Uruguay e Brasile. Rientrato in Italia grazie ad una amnistia, nel 1903 fonda, assieme a Luigi Fabbri la rivista Il Pensiero, che nei suoi otto anni di esistenza sarà un punto di riferimento costante e imprescindibile dell’anarchismo organizzatore. Gli ultimi anni di vita, ormai minata dalla tubercolosi, ne vedono notevolmente ridotta l’attività, ma nonostante il male che ne fiacca tragicamente le forze, cerca ancora, quando possibile, di dare il suo contributo alla causa. Un ultimo giro di conferenze in Romagna e nelle Marche, la sistemazione dei suoi numerosissimi scritti, sono gli ultimi segni del suo lavoro. Si spegne a Porto Ferraio, nell’amatissima isola d’Elba, nel gennaio del 1811.

La sua vita avventurosa e la tragica e prematura morte ne hanno a lungo accompagnato il ricordo, evidenziandone gli aspetti più romantici, quelli che ne hanno fatto “il cavaliere dell’ideale” o il “poeta dell’anarchia”, ma la sua attività sociale, ben lungi dall’essere improntata a una approssimativa divulgazione dell’idea anarchica, fu determinante per il crescere e il consolidamento fra le classi subalterne di una volontà di rivolta cosciente e di emancipazione solidale. La sintesi fra il solido pensatore, l’agitatore irrequieto e il comunicatore di straordinaria grandezza, contribuì alla nascita di un mito duraturo che appartenne, trasversalmente, non solo agli anarchici della “sua” Toscana, ma a tutti coloro che aspirarono e lottarono, col pensiero e con l’azione, per l’edificazione di una società in cui giustizia e libertà non fossero parole vuote destinate a pochi, ma i principi fondamentali della vita collettiva.

giovedì 8 febbraio 2018

Il '68 ... Torino 1967 rovente (capitolo VI)

Il 01 febbraio 1967 si tiene l'Assemblea generale degli studenti a Palazzo Campana. E' approvata la seguente mozione: "L'assemblea degli studenti in sciopero dell'Università di Torino, costatando: l'assoluta inefficienza del piano di riforma governativo in cui gli studenti continuano ad essere esclusi da ogni posizione di responsabilità nella gestione dell'Università che non viene riconosciuto da parte del Governo il diritto degli studenti a una retribuzione in quanto lavoratori intellettuali; decide: di iniziare una nuova fase più avanzata di agitazioni per bloccare l'approvazione del d.d.l. governativo; di sviluppare nelle prossime settimane una vasta azione di massa nelle Facoltà volta a contestare la struttura autoritaria dell'Università; di riunire nelle prossime settimane le assemblee di Facoltà per individuare obiettivi articolati e specifici di lotta; e nel caso che le nostre richieste non vengono accolte di programmare occupazione delle facoltà.
Il 9 febbraio 1967 occupazione di Palazzo Campana a Torino. Ore 20.50 la polizia entra a Palazzo Campana su invito del rettore. Sgombero: 81 studenti denunciati.
il 10 febbraio 1967 mattino: fallisce per l'opposizione della polizia un corteo diretto verso il rettorato. Si convoca l'assemblea all'istituto di Fisica. Occupazione. Ore 13: sgomberata Fisica, nuove denunce. Ore 16.00: assemblea generale al Politecnico con 6-700 persone presenti. Si decide di occupare l'istituto di Filologia, l'occupazione durerà fino al 12 febbraio.
Il 13 febbraio viene occupato nuovamente Palazzo Campana.
Il 16 febbraio è sospesa l'occupazione di Palazzo Campana su richiesta del rettore Allara. L'indomani, il senato accademico si dichiara non competente a trattare le questioni proposte da parte studentesca e ne rimanda l'esame ai consigli di facoltà.
Il 18 febbraio 1967: constatata l'indisponibilità da parte del senato accademico viene ripresa l'occupazione. Ore 20: su invito del senato accademico, la polizia interviene nuovamente per sgomberare Palazzo Campana. Inoltre il senato accademico delibera la serrata di Palazzo Campana, in vigore fino al 25 febbraio.
Il 27 febbraio 1967 riapre Palazzo Campana. L'assemblea generale vota la sospensione dell'occupazione a partire dalle ore 24, riservandosi di optare in futuro per ulteriori forme di lotta.
Il 10 maggio 1967 assemblea ad architettura che vota per l'occupazione. Tre giorni dopo la polizia sgombera la facoltà di Architettura. Il rettore ne ordina la chiusura "fino a quando i giovani dimostreranno di non volere altri incidenti". Riaprirà un mese dopo.
Tra il 22 e il 28 giugno 1967 incontro tra studenti docenti e consiglio di facoltà con la mediazione del dottor Floridi ispettore del ministero.
Il 23 novembre 1967 di nuovo assemblea, il 27 novembre dopo l'ultima assemblea Palazzo Campana è rioccupato.

CHI CADE di Chandra Livia Candiani

Mistero glorioso
la faccia del mondo
sotto la tessitura di nomi,
festa del sangue 
le ferite che vengono al rosso
per filare luce.
Nel cuore della notte 
(la notte ha cuore)
accerchiante buiezza
l'io è uno sbando
qualcuno che non ti pensa - 
quasi mai.
Mettiti nei tuoi panni
e comincia a danzare.

William Morris Notizie da Nessun Luogo

William Morris, socialista, anarchico, architetto e cultore della tradizione artigianale minacciata dal «progresso» della tecnologia industriale, esponente della scuola preraffaellita, creatore di comunità artistiche che avrebbero influenzato lo sviluppo delle arti e della cultura in Inghilterra, William Morris, uno dei tanti scrittori di utopie del diciannovesimo secolo, ha composto una delle più belle, e più anarchiche, descrizioni di una società futura, quello straordinario News from Nowhere che ha rappresentato, soprattutto nei paesi anglosassoni, un caposaldo e un precursore della letteratura «fantascientifica» che tanto sviluppo avrà nel ventesimo secolo.
Nato nel 1834 da agiata famiglia borghese, compiuti gli studi ad Oxford, la sua prima formazione culturale fu orientata al recupero di un «ritorno al gotico» su ragioni sociali di colore libertario, con particolare attenzione alle antiche libere associazioni corporative dei lavoratori. Sostenitore della tesi che «un’arte fatta dal popolo per il popolo è felicità per chi la crea e per chi ne usa», seppe poi coniugare questa sua aspirazione artistica, concretizzatasi nel notissimo laboratorio artigiano di arte applicata e arredamento «Arts and Crafts», con un forte impegno sociale fatto di conferenze, comizi, scritti e iniziative di agitazione a fianco delle vittime del duro sistema industriale dell’Inghilterra dell’ottocento. Nel 1885 fondò la «Lega Socialista» dal chiaro sapore anarchico e ne diresse il giornale The Commonweal, ove esprimeva appassionatamente le sue teorie sulla possibilità di una emancipazione popolare capace di attuarsi anche attraverso gli strumenti della libera arte. L’ultima sua fatica fu la creazione di un laboratorio per la stampa e la legatura a mano dei libri, che lo tenne impegnato fino alla morte, avvenuta in povertà nel 1896. 
News from Nowhere è un riassunto di ardite e originali concezioni sociali, un esercizio ideale che si inserisce nel ricco filone della letteratura utopistica sviluppatasi in Europa dopo la Rivoluzione francese, allorché la caduta della monarchia consentiva alle menti più aperte e fantasiose di immaginare società future, perfette, felici e ispirate ai principi di libertà, fraternità e uguaglianza. A differenza però di molti «colleghi», come Cabet, Bellamy, Fourier, la società che ha in mente Morris non è affatto una struttura chiusa e predeterminata, nella quale tutto è già deciso e il sistema di regole prospettato prevede un fermo controllo autoritario, ma
piuttosto una società aperta, passibile di sviluppi e progressi, nella quale nessuno esercita o può esercitare autorità, e dove la felicità e la serenità del singolo si riflettono nella felicità e nella serenità della intera comunità. Una vera utopia libertaria dunque, con aspetti magari ingenui ma dove è possibile vivere una situazione profondamente «anarchica», dove le istituzioni coercitive sono un ricordo del passato e l’unica autorità rimasta è quella nata, spontaneamente, dal lavoro liberato. Lavoro liberato che diventa creazione artistica e vita naturale, in perfetta sintonia con l’esigenza primaria dell’uomo nuovo, non più schiavo e vittima di bisogni indotti, ma capace di costruire, nell’attività fisica e intellettuale, il proprio compimento. 
La trama è quanto mai semplice. William Guest, militante
libertario, rientrato a casa dopo una accesa discussione coi compagni sulle prospettive della futura rivoluzione sociale, si trova trasportato nella Londra del XXI secolo. Qui, confuso e incuriosito, conosce il barcaiolo Dick e il vecchio bibliotecario Hammond, che gli illustrano le caratteristiche, straordinarie per l’anarchico William, di quella loro nuova società, dalla quale sono definitivamente e concordemente banditi lo sfruttamento capitalistico e le istituzioni autoritarie. Un «mondo nuovo», una Londra immaginaria, senza più i grandi stabilimenti industriali e le cattedrali del capitalismo, ripulita dai fumi, dalla sporcizia e dalle tenebre della società del profitto, immersa e inserita in una campagna rigogliosa e attraversata da un Tamigi divenuto un serafico luogo di delizia. Consapevole del propri limiti L’autore evita volutamente, di prospettare un sistema chiuso e predeterminato, molto viene lasciato nel vago, per permettere al lettore di stabilire una specie di relazione interattiva con il racconto. Una originale forma di rispetto, quindi, che permette di capire, più di tante altre cose, l’approccio esistenziale profondamente libertario di Morris. 

giovedì 1 febbraio 2018

Il '68 ... un anno prima, Palazzo Campana Torino (capitolo V)

Il ciclo di occupazioni della sede delle facoltà umanistiche di Torino ha inizio il 27 novembre 1967, in seguito ad una mobilitazione nata nella settimana precedente in segno di protesta per un provvedimento di edilizia universitaria in discussione nel consiglio d'amministrazione dell'ateneo. La proposta del rettore Mario Allara prevedeva l'acquisto di un area periferica per realizzare un ampliamento significativo delle sedi universitarie, opera che avrebbe dovuto far fronte al costante incremento delle immatricolazioni universitarie cui anche l'ateneo piemontese era sottoposto. Il progetto di acquisto de La Mandria aveva incontrato non poche resistenze, non solo quelle opposte dagli studenti. Gli universitari in agitazione ritengono che lo scorporamento delle facoltà umanistiche e la delocalizzazione che ne sarebbe seguita avrebbe privato gli studenti di vantaggi pratici e culturali che solo il contatto con il centro storico della città poteva garantire, anche in considerazione del fatto che l'ateneo non si dislocava all'interno di una tradizionale città universitaria – non aveva cioè un campus comune per tutti gli iscritti – ma manteneva in qualche modo una sua coerenza e continuità sfruttando alcuni storici palazzi settecenteschi, tutti situati nella zona centrale di Torino.
L'assemblea degli studenti torinesi, riunita il 27-11-1967, individua il principale ostacolo frapposto all'organizzazione autonoma degli studenti nella struttura autoritaria della scuola italiana; riconferma lo stato di agitazione ad oltranza in tutte le facoltà di Torino, e proclama l'occupazione di Palazzo Campana sulla base delle proposte politiche e organizzative emerse dalle assemblee; individua nella contestazione dei metodi didattici dell'insegnamento accademico, che dietro la maschera della neutralità della scienza e della cultura instilla negli studenti la mentalità autoritaria propria delle autorità accademiche, il principale obiettivo della lotta degli studenti. In pratica, l’occupazione della facoltà ha avuto inizio al termine dell’assemblea: è stato chiuso uno degli accessi a Palazzo Campana, mentre gli studenti sostavano all’altro ingresso impedendo l’accesso ai professori e docenti, sì che l’attività didattica è stata sospesa. 
È inevitabile che il discorso che noi portiamo avanti si collochi al di fuori della logica dei partiti. Innanzitutto per la carica eversiva che scaturisce da una contestazione violenta che mette in crisi una delle strutture portanti della società: la scuola. In secondo luogo, ci poniamo al di fuori del dibattito politico tra i partiti perché abbiamo rifiutato ogni ipoteca ideologica e ci dedichiamo a un lavoro di mobilitazione di massa. Noi contestiamo la società partendo da una struttura ben definita, nella quale siamo inseriti. Invece il tipo di scontro che avviene tra i partiti è essenzialmente ideologico, astratto: avviene al di fuori di ogni movimento, studentesco o operaio, capace comunque di dare concretezza al dibattito.”
(Studenti di Palazzo Campana)
Gli universitari di Torino hanno organizzato dei «contro-corsi», dove gli studenti si amministrano da soli un’istruzione solitamente dispensata da un establishment culturale e accademico inerte e pago dei suoi privilegi feudali. Gli studenti di Torino chiedono la fine di un sistema istruttivo che non insegna niente, ma si arroga il diritto dell’ex-cathedra, del giudizio di una tantum sulla salute mentale dello studente, della «dolce vita accademica». Torino ci fa comprendere che la Bolivia è qui.
 il 27 novembre 1967 cominciava qualcosa di radicalmente nuovo. Cominciava il Sessantotto.  All’occupazione parteciparono anche i cattolici, anche i liberali, senza rinunciare per questo alla loro identità politica. Mentre c’erano comunisti iscritti che la criticavano come piccolo borghese. Questa trasversalità, questa mescolanza sono stati i grandi caratteri del movimento sessantottino. Si manifestava contro il Vietnam ma si amava il cinema americano. Nella stessa persona potevano convivere la suggestione per la non violenza gandhiana e l’ammirazione per come sparavano i guerriglieri. Palazzo Campana nasce come contestazione anti-accademica, che prende di mira l’autoritarismo dei professori e mette in discussione la struttura didattica, i contenuti dell’insegnamento e i criteri degli esami, come affermava il documento approvato dalle assemblee di facoltà e inviato per posta a tutti i docenti di Lettere e Filosofia, Scienze politiche, Magistero e Giurisprudenza. L’occupazione durò fino al 27 dicembre, quando ci fu il primo sgombero. Gli studenti si erano attrezzati con brandine, avevano un ciclostile che funzionò ininterrottamente. Dopo il primo sgombero ci furono altre occupazioni. Spesso duri gli scontri coi professori: vedere il rettore Mario Allara, che teneva in pugno l’ateneo da vent’anni, salire lo scalone fra due file di studenti bianco come un lenzuolo dava il segno della lotta. Numerose le denunce. Luigi Bobbio e Guido Viale sono arrestati. “C’era il piacere della dimensione collettiva – ricorda Marconi –. Il piacere di vivere dentro l’università: mangiare, dormire, ciclostilare i manifesti, parlare coi giornalisti, seguire i contro-corsi, suonare la chitarra. Questa quotidianità era il luogo di formazione del movimento, molto di più delle rituali assemblee con nove centimetri di spazio a testa. Come in tutti i movimenti di massa c’era gente che non faceva nulla, ma ciò che contava era lo stare lì. C’era anche una serie di persone che muovevano da una condizione di infelicità individuale, per cui il collettivo significava un riscatto”.